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In questi giorni mi sono cimentata con un nuovo genere: la sceneggiatura di video.
È una forma di scrittura entusiasmante perché, anche se spesso presenta diversi vincoli, si presta molto alla creatività e all’estro personale.
Nel mio caso i vincoli erano diversi:

  • testo già scritto (da altri)
  • poche immagini (spesso solo disegni appena abbozzati)
  • nella maggior parte dei casi mancanza di sincronizzazione tra testo e immagine.

La sfida era quantomeno affascinante.
Sono partita guardando quello che avevano fatto altre colleghe prima di me, poi mi sono messa al lavoro.
Panoramica, zoom, dissolvenza, assolvenza, nuova immagine e così via.
Ad un certo punto ho capito che dovevo chiudere gli occhi e cercare di tradurre in indicazioni quello che vedevo nella mia mente leggendo il testo.
Giuro che non è affatto semplice.
C’è il rischio di bombardare chi guarda mostrando troppo: confronti, particolari, colori, ma anche di creare un senso di vuoto nelle parole che scorrono solitarie su uno sfondo fisso.
C’è il rischio che tante transizioni che hai immaginato non si possano realizzare perché l’inquadratura è troppo piccola o le immagini troppo rovinate, che il grafico non riesca a tradurre in video quello che per il momento è solo su carta.
Ho lavorato, ho guardato le immagini, letto il testo e scritto la sceneggiatura.
Il risultato non è stato dei migliori – lo ammetto – ma vedo margini di miglioramento e questo mi fa sperare. Dopotutto è questo uno degli aspetti più affascinanti di quel processo che chiamiamo “imparare”.

Ultimamente sono stata un po’scostante con l’aggiornamento del blog: tanti impegni lavorativi e la contingente fioritura dei cipressi (alias allergia a go go) mi hanno distolto dalla mia costante attenzione al web.
Bando alle ciance. Sabato scorso sono stata alla presentazione della mostra personale di un’artista emergente: Beatrice Di Stefano. L’ambiente era un po’ forzato per me nel senso che quella non è la gente che normalmente frequento, ma è bello mettersi alla prova con situazioni estreme.
Interessanti le opere, estremamente moderne (arte contemporanea per interdeci); in più ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti comunicativi e di respiro più ampio.
Certo Caravaggio sarebbe inorridito sapendo che quei “mostriciattoli” vorrebbero rientrare nella definizione di Arte (lo scrivo non a caso con la lettera maiuscola), ma la modernità comporta anche questo.
Il web ha fatto la rivoluzione. Grafica e pixel aspirano a diventare protagonisti nei musei, nelle mostre, nell’arte in generale. Ormai non si accontentano più del ruolo di “principe consorte” e gli amanti dell’arte figurativa, delle tele, degli affreschi devono farsene una ragione.
Personalmente mi incuriosiscono le nuove forme di arte anche se ho bisogno di tempo per metabolizzare e per far “decantare” l’impressione, quello che non accetto di tanti “artisti” è la superbia.
L’arte non deve essere data per scontata.
La vera Arte va spiegata, o meglio chi guarda deve avere gli strumenti per capire e se non fanno parte del suo bagaglio culturale gli vanno dati. Solo a quel punto, potrà decidere se apprezzare un artista e un’opera o no.
Chi pensa di guadagnare l’alloro e di ricoprirsi di gloria semplicemente creando un alone di indefinibile misticismo attorno alle sue opere non farà tanta strada. Almeno con me.
Sono una ferma oppositrice dell’attuale trend che – sulla scia di un finto minimalismo – vuole mascherare una realtà fatta di pochezza con un velo di intellettualismo nevrotico e considera inutili didascalie, cataloghi, spiegazioni.
Non voglio tirare acqua al mio mulino, ma sono convinta che così come ci sono momenti in cui le immagini parlano da sole, ci sono tanti altri momenti – a dire il vero la maggior parte – in cui la parola è l’unica chiave per entrare nel mondo dell’artista.
Questo non lo dico solo io, così la pensava anche Il genio di Magritte che infatti usava tantissimo le parole nelle sue opere.
Una cosa è bella quando hai la possibilità di poter vedere anche quello che non si vede. E nell’arte contemporanea questo è tutto, se consideriamo che spesso non si capisce neanche da che verso devo guardare “l’opera”.
Forse molti non se ne ricordano più, ma a fare la fortuna di un artista è anche il popolo profano e non solo il sacro intellettuale.

Da diverso tempo ormai siamo abituati a correre: nella vita privata, nel lavoro, per strada, anche nella pausa pranzo.
I ribassi nelle gare d’appalto giocano tutto su tempi strettissimi, la qualità di un professionista si valuta non solo sul risultato ma soprattutto sulla velocità di esecuzione di un lavoro.
Certo nessuno può permettersi i tempi giurassici di qualche anno fa, le riflessioni prolugate, i cambi di rotta che fanno ricominciare tutto d’accapo.
- C’è da scrivere un nuovo progetto – dice il capo di turno.
- Ok, per quando? – risponde il povero sottoposto.
- Per ieri, che domande! – Ecco che la specializzazione più diffusa non può che essere quella in Ctrl + C/Ctrl + V.
Non può essere questo il modo di lavorare. Le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.
Un articolo di giornale, ad esempio, non può essere scritto e pubblicato direttamente. Deve essere scritto, riletto, corretto, uniformato nei toni. Perché scrivere su un quotidiano non è come scrivere su un piccolo blog come il mio (giuro che sono attenta ai miei post).
La cura deve crescere se parliamo delle versioni on line, ormai più lette di quelle cartacee, invece spesso mi capita di leggere dei titoli di una sciatteria infinita.
Proprio stamattina su Repubblica mi sono imbattuta in diversi errori grossolani:
Tra i fedeli il l’arcivescovo
I gravi problemi di staticità rilevati durante controlli di prevenzione e malgrado l’assenza di crepe o cedimenti. La Provincia autonoma di Trento ordina l’evacuazione immediata, tuttora in corso” (che vorrà dire non si sa…)
Ieri oltre 30 persone erano uccise (!!) in tre diversi attentati contro alberghi“.
Per non parlare delle È che sono tutte E’ (perché si dovrebbero chiamare accento e apostrofo se sono la stessa cosa?), dei PM (magistrati) denigrati a pm (del pomeriggio?), per finire alla mancanza di regole negli spazi prima e dopo la virgola (questo è davvero cercare la rissa).
Mi rendo conto che i giornalisti hanno tempi strettissimi e devono aggiornare le notizie praticamente in tempo reale, ma la situazione non è più sostenibile. Qualcuno deve mettersi una mano alla coscienza.

Sono sicura che basterebbe poco per cambiare musica… forse solo rileggere.

In ordine di tempo segnalo qualche interessante iniziativa formativa che ci sarà nei prossimi mesi:

  • 18-19-20 febbraio (Padova): Cultura senza barriere, una serie di seminari suddivisi per aree tematiche che vanno dall’accesibilità all’open source alle tecniche di scrittura
  • 5-6 maggio (Firenze): Better software, confenza sul web 2.0, design e sviluppo software dedicata a manager e progettisti del web
  • 7-8 maggio (Pisa): IA Summit 2010, incontro annuale sull’architettura dell’informazione

Episodio 1

Domanda: le frecce per scorrere il testo della trascrizione audio sono forse troppo piccoline e sono orientate in orizzontale ovvero nel senso contrario allo scorrimento del testo che è verticale. È un problema cambiare lo scorrimento da verticale a pagine orrizzontali o è meglio cambiare le frecce?

Risposta: Per quanto riguarda la dimensione considera che quelle stesse freccie (ORRORE!Sarà una svistapenso ingenuamente…) sono utilizzate anche per le schermate [...] (Continuo a leggere)
Per il problema della discordanza tra freccie (Allora non è una svista è una falla nel sistema della scuola primaria) orizzontali e scorrimento verticale possiamo fare qualcosa: mettere le due freccie (sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico!) sopra e sotto il testo.

Risultato: mi sono cadute le braccia e non ho avuto il coraggio di correggere il mio pen friend. So per certo che questa persona è laureata. Evidentemente non in lettere.

Episodio 2

Incarico: riguarda questi testi per essere sicuri che non ci siano refusi. (Mi dico: è una curatrice museale, posso stare tranquilla)

Testo: stilisticamente il dipinto è accostabile al Ritratto dell’Arcidiacono Cagnazzi, noto esponente della cultura meridionale della prima metà dell’Ottocento, coetaneo del Primicerio – era nato ad Altamura nel 1764 –, essenzialmente incentrato sulla vitalità espressiva dello sguardo, intellettualmente arguto e indagatore, tralasciando qualsiasi concessione di carattere narrativo.

(Per evitare espressioni colorite direi solo che non ci siamo)

Risultato: preferivo il 2009.

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a dover aprire un mio vecchio lavoro, un manuale per l’esattezza. Orrore! Dopo aver pensato che  -forse – non meritavo neanche la licenza elementare, ho respirato profondamente e ho cercato di capire cosa non andava assolutamente.

Ho afferrato il mio quaderno della scrittura e mi sono appuntata dei pensieri sparsi, un promemoria per fissare a me stessa delle linee guida sulla redazione di manuali, in particolare per i siti web.

Ecco quello che ho scritto:

  • è opportuno intitolare i capitoli principali con il nome delle sezioni del menu di primo livello; non leggendo nomi amici, il lettore potrebbe essere preso da ansia da abbandono già nell’indice
  • ogni capitolo deve prevedere una descrizione dell’architettura della pagina; chi legge – infatti – spesso non è un addetto ai lavori e ha bisogno di una corrispondenza tra ciò che vede (nel sito) e ciò che legge (nel manuale): serve a coccolarlo
  • già dall’indice deve essere ben chiaro che il manuale è una guida per l’utente quindi occorre distinguere la descrizione del sito dal supporto di back-end
  • se in realtà l’obiettivo del documento è descrivere l’uso del CMS (Content Management System) – ovvero il gestore dei contenuti del sito – è opportuno suddividere il paragrafo in due parti: descrizione dei contenuti, elenco delle operazioni da svolgere
  • non dimenticare mai che anche l’occhio vuole la sua parte: la scrittura deve convivere in armonia con gli spazi bianchi. Se all’interno di uno stesso paragrafo, c’è una cambio di argomento netto (ad esempio passiamo dalla descrizione della pagina a quella del CMS), una soluzione potrebbe essere inserire una spaziatura maggiore tra i capoversi
  • anche se il mio mestiere sarebbe quello di scrivere, devo ammettere una dura verità: sono gli spazi bianchi a rendere leggibile un testo! Frasi ponderate e leggere, il vero ritmo di un documento è scandito dall’alternanza misurata tra bianco e nero, ovvero tra scrittura e spaziatura. Una pagina fitta e senza spazi non avrà mai grande l’appeal, neanche se parla di gossip e pettegolezzi succulenti
  • punti elenco e liste possono risolvere un mare di problemi, scandiscono le azioni da svolgere e aiutano ad individuarle a prima occhiata
  • se ci sono delle azioni che ricorrono spesso, usare sempre gli stessi nomi, anche questo serve a rassicurare chi legge che sta facendo bene
  • quando richiamati, i titoli delle sezioni del sito vanno in corsivo, così come il nome dei tasti o delle tab
  • infine, non trascurare di inserire delle catture direttamente dal sito o delle immagini esemplificative, aggiungere una didascalia chiara e applicare lo stesso stile a tutte le immagini.

Per il momento mi fermo qui, ma tornerò sull’argomento.

Ieri sono stata ad un workshop dal titolo Smart Museum, organizzato dal Museo della Scienza di Firenze. L’applicazione è stata pensata per diversi supporti anche se per il momento il prototipo è solo su palmare e smartphone.

Si tratta di un progetto europeo che vede coinvolti diversi partner in un lavoro interessante e nello stesso tempo ambizioso: progettare un’audioguida intelligente.

In soldoni, il funzionamento si basa sulle ontologie ovvero sull’interpretazione di annotazioni semantiche.

Niente paura, non è una malattia grave. Sembrano paroloni ma si possono spiegare facilmente con un esempio.

Ipotizziamo che io voglia visitare un museo, ad esempio il museo della scienza di Firenze. Fornisco al sistema i seguenti dati: sono una ragazza di 28 anni, laureata in Conservazione dei Beni culturali, con un interesse particolare per Galileo e un odio profondo per la chimica (siamo sempre nel mondo delle ipotesi ;) ).

Con queste semplici indicazioni, l’audioguida sceglierà per me degli oggetti che possono interessare al mio profilo: oggetti di Galileo o studiati da lui, oggetti che hanno una qualche relazione con l’arte, oggetti che interessano generalmente i laureati.

Come fa l’audioguida a sapere che la lente di un tale cannocchiale ha una relazione con Galileo? Semplice, nella fase preliminare del progetto ogni oggetto deve essere stato “taggato”. Questo vuol dire che i curatori del museo devono individuare degli attributi per ogni oggetto e classificarli secondo delle scelte oggettive (il concetto di oggettivo sarebbe da approfondire) e condivise.

Il profilo utente si arricchisce ogni volta che il visitatore mostra interesse per un oggetto, il dispositivo memorizza le nuove scelte e immediatamente propone contenuti correlati. Ultima cosa. Il sistema prevede l’inserimento di un fattore random, ovvero un contenuto che non ha pertinenza con le scelte dell’utente ma che vuole testare la possibile apertura ad altri campi.

Certo l’interfaccia grafica non era proprio il massimo dell’usabilità così come i contenuti hanno un ruolo piuttosto defilato, ma immagino che quello avrà maggiore rilevanza durante la fase di commercializzazione del progetto.

Dalla sensazione che ho avuto io, il principio credo sia lo stesso che anima Bing: il nuovo motore di ricerca della Microsoft, basato sulla ricerca semantica.

Per capire la differenza tra Google e Bing (almeno sulla carta) anche questa volta possiamo fare un esempio. Pensiamo di fare una ricerca su: bottiglia blu.

Google sceglierà inizialmente tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli che contengono solo l’uno o solo l’altro.

Bing – invece – cercherà prima tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli direttamente affini (che trattano del bere, ad esempio) cercando di interpretare anche le relazioni tra i termini.

È il web 3.0 ed è già arrivato.

Qualche giorno fa, per gioco, ho partecipato ad un contest che ho trovato su Parole Appiccicate, il blog di Davide Nonino, giovane web writer pieno di idee.
Dovevo scrivere un breve commento sul tema “le donne vere”. Ho scritto tre righe pensando a mia madre.
Ad ogni modo è stata una bellissima iniziativa come molte altre di Nonino a partire dal libro Chi ha trovato Cenerontola? Un libro sulla scrittura nato in seguito a diversi laboratori didattici con i bambini che sto aspettando con impazienza da IBS.
L’ho preso come modello: Davide si è inventato un lavoro partendo dalla sua passione per la scrittura e riesce a fare marketing di se stesso in modo simpatico e mai invadente.
Ho sempre bisogno di prendere persone come esempio, mi ricordano continuamente che devo impegnarmi di più.

PS. La sorte ha voluto che vincessi io (il mio commento è il secondo con il nome Tizz), quindi oggi mi godo la corona di alloro che il programma statistico random.org mi ha concesso. ;)

In questi giorni sono immersa fino al collo nel Risorgimento italiano: guerre di Indipendenza, Spedizione dei Mille, insomma Garibaldi in tutte le salse.
È un tuffo nel passato: devo ricordare guerre e strategie, sintetizzarle in maniera comprensibile e renderle in italiano…una parola!
Mentre cercavo materiale ho trovato una citazione di un testo che Pasquale Villari (classe 1826) ha scritto per “Il Politecnico” di Carlo Cattaneo nel 1866 a proposito della questione sociale dell’Italia dopo l’unificazione.
Riporto fedelmente: “V’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale e la retorica che ci rode le ossa. Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino; ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e di 5 milioni di Arcadi.”
Con le dovute proporzioni (sono passati più di 2 secoli) vi sembra che la situazione italiana sia cambiata?

Sicuramente molti di voi non hanno i problemi stilistici che assalgono me quando scrivo, quei dubbi che mi martellano e mi trapanano il cervello facendo scendere la mia autostima sotto i calli dei piedi, che mi fanno ricordare che sarebbe stato meglio stare attenta durante l’ora di grammatica in prima media invece di guardare le figure del libro (che interesse potranno mai avere le figure di un libro di grammatica!)

Ad ogni modo vi suggerisco di conservare lì da qualche parte la guida allo stile di Wikipedia.

Mettetela nel cassetto, anche in fondo in fondo. Non vi servirà mai, ma sapete che è lì; uno spunzone di roccia a cui aggrapparvi quando siete in caduta libera.

Per i più bravi – poi – c’è anche la versione dell’Economist.

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