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Finalmente anche in Italia le TED conference, format americano che prevede sessioni e interventi di breve durata su svariati argomenti.
La prima sarà a Reggio Emilia sabato 8 Ottobre.
Il titolo? “Ecco le speranze italiane”.

Qualcosa si muove.

Il sito del TEDx a Reggio Emilia
L’articolo dell’organizzatore su Repubblica.

SEO di Google

Nelle settimane scorse non sono sparita, mi sono occupata di un progetto per un sito web da fare al volo e per la prima volta mi sono misurata con le vere dinamiche del SEO di Google.
A crudo di nozioni ho cercato un po’ in rete e ho trovato un documento che invito tutti a leggere (anche se forse sono arrivata tardi).
Si tratta di una guida concisa ma ben strutturata ceh racconta delle piccole accortezze che rendono i siti meglio indicizzati dal motore di ricerca con le oooooo (Goooooogle appunto :) ).
Sembra complicato, invece è tutto molto semplice. Django, ad esempio, (il CMS che ho usato io) ha un prodotto molto carino per i tag delle pagine: titolo, descrizione, parole chiave.
Capire come ragiona il motore che interpreta le query degli utenti mi ha chiarito una volta per tutte a cosa serve aggiungere il campo ALT se ci sono già le didascalie: a indicizzare meglio le ricerche per immagini (vabbè non fate quel risolino solo perché lo sapete già).
Nonostante alcune cose siano decisamente scontate (gerarchie di navigazione, uso del breadcrumbs, uso della sitemap, ecc.) altre sono decisamente utili e interessanti.
Conoscevate il file robots.txt che serve a non indicizzare alcune parti del sito?
E il rel=”nofollow” per evitare l’arrivo di spam dai link? Si?
Che saputelli che siete.

mailScrivere una mail sembra una cosa semplice e di poco conto, invece richiede tanta attenzione e buon garbo.
Certo, tutto dipende dal destinatario e dal contenuto – per intenderci se l’oggetto della mail è raccontare una storiella ad un amico non c’è bisogno di pensarci troppo – ma se il destinatario è un importante cliente la cosa cambia un po’.

La regola numero uno è fare attenzione alla grammatica.

Mi è capitato di ricevere una mail con ben due orrori di grammatica e, devo dire la verità, la mia considerazione per quella persona è notevolmente scesa. Non posso farci niente, passi per congiuntivi e periodi ipotetici, ma non posso tollerare la mancanza di “H” o di “è”. Basta rileggere la mail prima di inviarla. Semplice.

Altra regola importante è la chiarezza di esposizione.

Frasi brevi, ma non troppo. È importante esporre il concetto in forma concisa evitando di aggiungere troppi particolari, per quelli meglio il telefono. In alcuni casiper rendere più evidente il messaggio, metto in grassetto la parola o la frase chiave.
La mia idea di mail è quella di uno strumento di scambio veloce ma duraturo, non certo di un romanzo a puntate.
Lo schema quindi dovrebbe essere:

  • saluti (non mi piace chi dimentica questa forma di cortesia)
  • testo del messaggio
  • saluti finali
  • firma.

Capitolo stile. Qui si apre un mondo.

C’è chi fa subito l’amicone (quanta confidenza, abbiamo mai mangiato insieme?), chi è eccessivamente formale (ma dai, siamo nel 2011 mica al tempo del re!), chi scrive come se stesse parlando a voce alta e non si risparmia formule diciamo “colorite” (mi dispiace doverti dire che non sei James Joyce e che il flusso di coscienza non ti viene bene come a lui).
Se scrivo una mail ad una persona che non conosco non mi piace rivolgermi con il tu, preferisco il lei ma evito le maiuscole in corpo di parola (tipo “sono a inviarLe”). Mi piace usare uno stile formale ma fresco, gentile ma non esagerato. Gli eccessi mi fanno sempre ridere.

Infine l’oggetto. Questo mistero dell’universo.

“Link utile” oppure “sito web” o ancora “Il telefono funziona!!!!!!!!!!!!!” (ho nella posta una mail così, giuro).
L’oggetto deve dire in due parole di cosa parla la mail e dare indicazioni chiare sul perché leggerla (indicare il progetto prima di tutto potrebbe essere importante). Il mio capo, ad esempio, riceve decine e decine di mail al giorno. Ovvio che avrà bisogno di smistarle e dargli un ordine di priorità. L’oggetto deve servire a:

  • assegnare una priorità tra le mail
  • smistarle in maniera agevole
  • ritrovarle anche a distanza di tempo con la stessa semplicità.

So che mi sono dilungata troppo ma il discorso meritava un approfondimento. Non è concluso, ma per il momento può bastare.

Si racconta che Indro Montanelli dicesse sempre ai redattori del suo giornale: “se un lettore non capisce di che parla un articolo vuol dire che è scritto male”.
Come dargli torto? La scrittura piana e chiara è un dono per alcuni, una faticosa conquista per altri.
Invidio quelli che hanno sempre la parola giusta nella penna, quelli che fanno poca fatica a scrivere di qualsiasi argomento, che non si fanno spaventare da un argomento complesso o poco conosciuto, che sono veloci e centrano l’obiettivo alla prima. Io non sono tra questi, purtroppo. Ho una sintassi arzigogolata che rispecchia il disordine che c’è nella mia testa: tante idee che vogliono uscire tutte nello stesso momento creando l’effetto imbuto. Ho bisogno di rivedere quello che faccio tante volte, soprattutto ho bisogno che qualcuno lo rilegga e mi dica che va bene.
Eppure chi scrive per lavoro deve avere una caratteristica fondamentale: la velocità. Nei flussi lavorativi non c’è sempre tempo per la ricerca dell’ispirazione, per le bozze e le mille revisioni. Come si fa ad acquisire quella spigliatezza che ti rende autonoma nel lavoro? Che ti rende sicura? Che ti fa rispettare le tempistiche e ti lascia la tranquillità di aver lavorato bene? Difficile da dire.
Il tempo? Non è sempre vero.
L’esercizio? Forse, ma non basta.
La lettura? Lo dicono tutti i professori ma ho sempre avuto il dubbio che fosse solo un modo per costringerci a leggere i classici più pallosi.
Allora cosa? Un mix di tutto quello che abbiamo detto prima ma soprattutto la cognizione di quello che si sta facendo.
Ho capito che quello che è chiaro in testa scivola più facilmente dalla mano al foglio o allo schermo.
La chiarezza e l’ordine dell’ingegnere, le parole dell’avvocato, la fantasia dell’artista, la grammatica del professore di lettere. Ecco cosa deve avere chi vuole scrivere bene. Decisamente un lavoraccio.

Sto leggendo La parola immaginata di Annamaria Testa, fantastica pubblicitaria, docente di comunicazione e titolare del ricchissimo blog Nuovo e utile.
Il libro mi sta piacendo moltissimo perché oltre al fatto che racconta di un argomento che mi affascina non poco: la pubblicità, trovo che abbia uno stile magnetico.
Alterna descrizioni più teoriche e “accademiche” a dettagli succulenti stile gossip sulla vita delle agenzie pubblicitarie, sui vari prodotti, sulle campagne più conosciute.
Mi rendo conto che da quando ho cominciato questo libro guardo con occhi diversi la “reclàme” in tv e la stessa in radio o su riviste.
Ogni media ha il suo linguaggio, perché ognuno ha il suo pubblico e ha caratteristiche intrinseche di cui non si può non tenere conto. In radio, ad esempio, il messaggio deve essere raccontato con le parole come una fiaba musicale, mentre la tv può permettersi il muto e puntare tutto sulle immagini.
O ancora: un quotidiano come Repubblica non potrebbe mai contenere annunci in stile geek che trovo continuamente su Wired.
Copy e visual ovvero parole e immagini, un annuncio ben riuscito è il risultato dell’equilibrio tra questi due aspetti della comunicazione. Entrambi devono bilanciarsi e tararsi l’uno sull’altro perché altrimenti lo spot non funzionerà, per eccesso di ridondanza, per mancanza di una chiave di lettura univoca.
La sintesi non è un gioco, ne sono fermamente sicura e ho come l’impressione che da AnnaMaria Testa potrò imparare molto.

user experienceFare test fa parte della progettazione dell’esperienza utente ed è il momento rivelatore per eccellenza.
Sono stata impegnata nella progettazione di un’interfaccia per una vetrina interattiva piuttosto grande.
Struttura semplice: due sezioni principali, due lingue. Con il grafico abbiamo lavorato tantissimo all’interfaccia, all’usabilità, alla semplicità d’uso, ai movimenti delle sezioni.
Ma c’era ancora qualcosa che non andava. Tutta la progettazione ci lasciava una serie di dubbi da togliere il sonno.
Venerdi scorso abbiamo fatto una giornata di formazione interna con un esperto di UX e gli abbiamo sottoposto i nostri dubbi.
Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “a queste domande non puoi rispondere tu, perché non sei un’indovina. Devi chiedere a chi userà queste vetrine, ovvero alla gente”. Così abbiamo fatto.
Abbiamo fatto dei test e capito subito cosa non andava. Sono bastati tre piccoli elementi grafici per migliorare in maniera esponenziale la risposta degli utenti.
Probabilmente senza test saremmo ancora lì a chiederci se avevamo fatto la scelta giusta. Abbiamo lasciato la decisione a chi potrebbe usare l’applicazione e, nello stesso tempo, abbiamo dato una motivazione misurabile alle scelte di navigazione.
Meglio tardi che mai, direte. E dite bene.

Zeitgeist

Al Guardian non solo sono bravi giornalisti, ma badano molto anche all’architettura dell’informazione dei numerosi contenuti che un magazine di quel genere deve contenere.
L’home page, infatti, è piena di box e riquadri ma non riempie l’occhio di contenuti apparentemente tutti uguali, al contrario risulta ben equilibrata e ariosa.
Ogni tanto ci faccio un giro trovando sempre qualche novità più o meno attraente. Ieri ho scoperto una nuova etichetta che corrisponde ad un nuovo filtro: Zeitgeist. É scritta così, in tedesco e proprio per questo motivo ha attirato la mia attenzioni.
Zeitgeist vuol dire “spirito del tempo” e, in perfetto stile germanico sintetizza perfettamente quello che in italiano avrebbe bisogno di perifrasi, metafore e dispendiose spiegazioni.

etichetta zeitgeist
Insomma lo Zeitgeist è più o meno il trend di un argomento in quel momento preciso e cambia seguendo il vento delle notizie.
A metà tra il concreto e oggettivo “Più letti” e il volitivo tag emozionale, è una sorta di fotografia istantanea del momento storico: una sintesi delle notizie più importanti, più cercate, più recenti di cui i lettori vogliono essere aggiornati per non cadere dal pero durante una qualsiasi conversazione.
Insomma una parola che contiene un tornado di significati, come durante una gioranta dal clima variabile: potrebbe piovere, far caldo, essere nuvoloso tutto insieme.
Come volevasi dimostrare, in italiano ci sono volute perifrasi, metafore e dispendiose speigazioni.

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