La storia delle tre scimmiette

Anche se in Italia non si percepisce affatto nel resto del mondo sono molto preoccupati per la spaventosa ignoranza dei nostri politici in materia di web.

Dopo la lettura dell’articolo di Mantellini su Punto Informatico anch’io non riesco a non pensare a quanto siamo gretti e provinciali.

Destra o sinistra?

Tranquilli non è un quesito da tribuna politica ma è un dubbio che assale grafici e architetti dell’informazione quando devono pensare alla struttura di una pagina web: dove è meglio posizionare il testo a destra o a sinistra?

Tempo fa ricordo di aver letto uno studio di Nielsen – guru del del web writing – che mappava la pagina evidenziando le zone in cui l’occhio si sofferma per primo.

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Visivamente l’area in cui posizionare i testi di maggiore interesse è in alto a sinistra, è lì che va titolo e sottotitolo.

Le frasi devono essere staccate e una sotto l’altra perchè il modello di lettura è a blocchi, mentre i link sempre a fine frase  a completare il pensiero quasi a formare una bandiera. I capoversi sarebbero il drappo che sventola al vento ma pur sempre tenuto fermo dall’asta.

Per quanto io possa essere d’accordo con il simpatico Jakob sono convinta che si tratta di regola di massima da non prendere come dogmi assoluti perchè sempre di scrittura stiamo parlando che quando è ben utilizzata è sinonimo di creatività.

E  l’estro si sa non può avere troppi limiti neanche se si tratta di volare più in alto di tutti come vessillo di libertà.

WEB 3.0

Web 3.0? Penserete subito: “solo ora comincio a capire cos’è il web 2.0 e passiamo già alla versione successiva?”. A dire il vero questo è quello che ho pensato io quando ho letto questa definizione qualche mese fa.

Il web 3.0 è in effetti ancora una sorta di utopia, una embrionale forma di organizzazione delle informazioni on line che un giorno permetterà di fare della ricerca il punto forte della navigazione a tutti i livelli (dai portali al sito del panettiere sotto casa).

Non voglio essere troppo tecnica, anche perchè la definizione di wikipedia è abbastanza chiara, ma vorrei rendere comprensibile ai non specialisti cosa potremo fare tra qualche tempo su internet.

Prendiamo come esempio una ricerca che ha come argomento una penna. Stabiliamo quali sono i suoi attributi: colore, forma, uso, ecc. e inseriamoli come tag.

Oggi. La ricerca con un qualsiasi motore rimanda a pagine e pagine di siti che contengono tutte o in parte le parole che abbiamo editato. La macchina non interpreta la tua richiesta, cerca meccanicamente quello che ha in magazzino e te lo mostra.

Lo scenario futuro. Sarà possibile interrogare in motore di ricerca. Potrò scrivere ad esempio: quali sono i colori possibili per una penna? il web interpreterà il quesito e mi risponderà in modo pertinente. Fantascienza? Credo proprio di no.

Ad oggi esistono già motori di ricerca in grado di interpretare parzialmente le informazioni e di suddividere i risultati per aree (blog, forum, siti ecc. relativi ad un argomento) ma è solo l’inizio. Il cambiamento dovrà essere graduale perchè si tratta di modificare soprattutto la metodologia di inserimento dei contenuti e di lavoro. Staremo a vedere.

Allora le buone pratiche esistono

Non capita spesso di trovare on line un sito che riesce ad entusiasmarti così tanto che vuoi mostrarlo a tutti, prenderne esempio, contattare gli ideatori per congratularti con loro.

Sono quelle cose che danno una sferzata di gioia alla tua giornata e ti ricordano che l’energia è dentro di te devi solo trovare il modo per farla uscire fuori. Sto parlando di SmatHistory un sito di storia dell’arte veramente ben fatto.

Sono tanti gli aspetti che possiamo analizzare: la grafica pulita e lineare, la navigazione, l’usabilità, i media utilizzati (immagini, video di commento). Sembra quasi un esempio da manuale. 🙂

Partendo dall’affermazione che non è semplice progettare un portale di storia dell’arte data l’immane mole di notizie e di materiale a disposizione penso che la decisione di utilizzare una linea del tempo visuale e a tab come base per la navigazione sia un’ottima idea. Ogni immagine è collegata ad una scheda di approfondimento sull’opera e sull’artista (già questo buon inizio), ma la cosa più interessante è l’affiancamento di una navigazione cosiddetta a “faccette“.

So che questo termine ad alcuni evoca solo le emoticons di MSN, ma in realtà si tratta di un tipo di navigazione per così dire trasversale che collega un argomento ad una sua sfaccettatura per l’appunto.

Cerco di essere più chiara. Prendiamo come esempio “Il cesto di mele” di Cèzanne e immaginiamo che la nostra opera sia una figura geometrica solida, un poligono per l’esattezza. Ogni lato è una sfaccettatura, un aspetto del dipinto che lo ricollega magari ad altro anche apparentemente lontano. Una faccetta può essere la tecnica di pittura, in questo caso quella ad olio che a sua volta è comune a molti altri quadri non necessariamente dello stesso periodo.

Vediamo nel sito come è utilizzata questa navigazione:

A sinistra della scheda ci sono numerosi link interni che rimandano ad altri argomenti correlati: inquadramento storico, correnti pittoriche immediatamente precedenti, contemporanee e successive mentre a destra ci sono i link esterni in questo caso alla National Gallery of art di Woshington DC dove il dipinto è conservato.

In alto a destra è sempre presente una mappa prezioso riferimento sinottico per non perdere di vista il dove e il quando mentre le gallerie fotografiche sono affidate a Flickr il che alleggerisce il sito e nello stesso tempo permette all’utente di aggiungere commenti o altre foto dello stesso soggetto, come la nuova tendenza in materia di musei vuole.

La sezione contributi permette a chiunque di partecipare attivamente alla implementazione del sito così come il Blog ne preserva il costante aggiornamento.

Raramente mi è capitato di trovare tutto ciò in un unico sito per di più di arte, vero piacere per gli occhi e per lo spirito.

L’unica pecca è l’inglese ma ormai è arrivato il momento di impararlo cari Italians!

Audioguide fai da te

Per lavoro mi capita spesso di ascoltare file audio caricati su audioguide palmari che finiranno nei musei o nei percorsi turistici.

Al contrario di quello che si può pensare non è semplice strutturare questo tipo di supporto. L’interfaccia deve essere semplice perchè spesso si tratta di touchscreen, gli audio non troppo lunghi nè troppo tecnici ma neanche banali visto che l’utente è davanti al manumento o all’opera di cui sta ascoltando la descrizione.

La nuova tendenza dei musei più famosi è quella di permettere il download dei file audio caricati nelle audioguide da noleggiare al loro interno.

A questo proposito vi segnalo i siti del Prado e del MoMa.

Il MoMA addirittura permette al pubblico di creare on line una personale lista di audio da caricare su un lettore MP3 e di scegliere il contenuto delle audioguide in base alla proprie esigenze: per bambini, ragazzi (sono proprio i ragazzi di scuola superiore che spiegano le opere!) , adulti, addetti ai lavori, ecc. Ho provato ad ascoltare quelle per adolescenti e assicuro che sono davvero accattivanti!

Ho scoperto con sommo piacere che anche in Italia questa pratica inizia a diffondersi a partire dalle mostre più altisonanti (attenzione che non sempre corrispondono alle più belle) come ad esempio Arte genio follia allestita nel complesso museale di Santa Maria della Scala che mi ripropongo di andare a vedere al più presto. Ecco un bilancio dopo l’ascolto degli audio.

Aspetti positivi:

  • la voce narrante (femminile) si alterna ad un’altra voce (maschile) utilizzata solo per riportare le citazioni proprie degli artisti, questo evita l’effetto monotonia e conseguente calo di attenzione
  • i testi degli audio rimandano spesso a luoghi precisi del percorso di visita cosa che aiuta il pubblico ad orientarsi soprattutto nel caso di confronti con opere viste in altre sale

Aspetti negativi:

  • alcuni audio sono troppo lunghi (5 min. e più) solo un appassionato motivato dedica tutto questo tempo all’ascolto di un approfondimento (comunque ci passerei sopra considerando che potrebbe essere anche un approfondimento post-visita)
  • spesso i testi riportano citazioni dirette di Sgarbi, il suono della sua voce a me personalmente ha fatto saltare all’audio successivo.

Chi ha qualche buona pratica da suggerire si faccia avanti!

Piccoli scrivani virtuali crescono

Tra circa due mesi ci sarà a Matera un Barcamp (incontro tra abitanti della blogosfera per fare il punto sullo stato dell’arte del web). L’argomento di quest’anno è come il web e la tecnologia possono aiutare l’economia a sconfiggere la crisi, tra gli interventi ho visto che il gruppo degli scrittori colletivi di Second Life presenterà il romanzo che stanno scrivendo “La torre di Asian“.

Mi è subito venuto in mente che avevo letto di iniziative analoghe già grazie a Giovanna Cosenza: gruppo Wu ming, Nazione indiana, fan fiction (anche se questo è un genere più che un gruppo), SIC, ecc. Quest’ultimo mi aveva colpita per il lavoro di teorizzazione che c’è dietro.

Gli iniziatori sono Gregorio Magini e Vanni Santoni, sul sito del progetto potete trovare tutte le spiegazioni necessarie a capire cos’è un romanzo collettivo e come funziona, in più è possibile scaricare una serie di documenti utilissimi come ad esempio il manuale per diventare autore collettivo ed il glossario dei termini meno conosciuti della scrittura collettiva.

In un primo momento non riuscivo a comprendere a fondo queste nuove forme di scrittura, ma rileggendole e aggiungendo un tassello per volta al mio puzzle mentale il processo mi sta diventando sempre più chiaro e accattivante.

Mi sembra un fenomeno da non sottovalutare che corre parallelo alla scrittura cartacea, evidentemente nato in ambiente web 2.0 sta diventando quasi un fenomeno sociale. Come ha scritto la professoressa Cosenza ormai tutti conoscono sms e mail, hanno blog, chattano utilizzando la scrittura forse molto più di qualche decennio fa, soprattutto anche i dilettanti o chi ha solo una passione per la scrittura può vedere i propri lavori letti da altri e commentati in modo disinteressato.

Alla luce di queste considerazioni chiederei a Francesco Alberoni se si è ricreduto sull’aridità creativa dei figli del web e sull’assoluta inutilità dei social networks.

Project management

A conferma del fatto che le migliori chiacchierate in termini di stimoli si fanno spesso a tavola ieri sera a cena è venuto fuori il delicato problema del project management nelle aziende.

Il problema è piuttosto complesso, tempo fa avevo cominciato a leggere qualcosa riguardo l’Enterprise 2.0 nuova metodologia di lavoro basata sul coinvolgimento collaborativo delle risorse (blog aziendale, wiki, RSS ecc.) nata contestualmente alla versione due del web.

Considerando che il mondo sta diventando davvero globalizzato e che ora non è più necessario essere fisicamente in un posto per lavorarci credo che l’enterprise 2.0 sia la giusta strategia di lavoro da adottare.

Esistono numerosi programmi in grado di supportare il project manager durante tutto lo svolgimento del progetto, alcuni a pagamento altri open source. Prendo spunto dalla lista che ho trovato sul sito degli ottimi Roberto Cobianchi e Francesca Fabbri aggiungendo qualcosa di personale. (Ovviamente questi sono solo alcuni esempi).

  • Google docs: utile per lo scambio di documenti all’interno di un gruppo di lavoro costituito, i diversi file in qualsiasi formato possono essere caricati e modificati direttamente da chi ha i permessi concessi dall’amministratore. I risultati prodotti possono inoltre essere aperti nei diversi formati (foglio di calcolo, presentazione, txt, doc). Semplice e chiaro
  • Google calendar: agile strumento di pianificazione degli incontri e memorandum delle diverse attività da svolgere sia personali che relative al gruppo di lavoro, è possibile anche inviare messaggi istantanei
  • EGroupware: software open source per la pianificazione delle attività di un progetto, il reclutamento delle risorse, Gantt per i tempi e Pert per le attività. Intuitivo e semplice da usare
  • Ganttproject: free, per la sua elementarità adatto a chi usa questi strumenti per la prima volta
  • Basecamp: a pagamento, sembra piuttosto valido per gestire commesse anche molto articolate
  • Dotproject: secondo il giudizio di Cobianchi uno dei più validi, secondo me non adatto a chi non ho dimestichezza con lo strumento, poco intuitivo già al download.

Da neofita poco esperta del campo ho cercato di testare soprattutto il grado di usabilità mettendomi nei panni di chi vede questo tipo di software per la prima volta.

Ultima cosa: mi piacerebbe sapere come stanno reagendo al cambiamento di metodo i nostri manager ma anche i collaboratori e i committenti ormai sempre più coinvolti nella filiera di progetto.