Impalcature e testi

Da poco sono reduce da una full immertion tra libroni, brochure e guide al territorio che ho consultato per scrivere dei testi per un’audioguida.
Testi descrittivi di argomento naturalistico e storico che fanno parte di vari percorsi tematici.
Raccontare in maniera efficace e accattivante un posto che in realtà non hai mai visto non è semplice.
Sulla mia scrivania c’erano diversi volumi e opuscoli, una lista di titoli che al più presto doveva trasformarsi in testi di 1500 battute e un foglio bianco davanti agli occhi.
Ho passato i primi giorni a leggere, sfogliare immagini e poi leggere ancora senza scrivere nulla se non concetti sparsi che temevo di perdere di vista.
Poi ho cominciato a scrivere. Testi su testi. Di getto, senza badare alla forma.
Tutto quello che avevo letto mi ha permesso di immaginare quei luoghi: boschi, palazzi, vita quotidiana. Il mio compito si è limitato a descrivere quello che vedevo chiaramente nella mia mente.
Solo a questo punto è iniziata la fase due.
Ho riletto tutto, riscritto interi capoversi, cercato sinonimi, ribaltato frasi, aggiunto concetti che potevano chiarire il quadro generale, limato il testo.
Via le ripetizioni, via gli avverbi cacofonici, via i verbi “tuttofare”, attenzione alla punteggiatura (la mia croce dalle elementari), al ritmo, allo stile.
È come costruire una casa. La prima cosa che bisogna fare è montare l’impalcatura, la colata di cemento – quello che poi si vedrà della casa – viene dopo e si appoggia alle travi in legno. Alla fine l’impalcatura viene smontata e non ne resta traccia ma senza il muro non potrebbe esistere.
Ho letto questa metafora tempo fa e l’ho trovata perfetta.
Quando scrivo un testo, che può essere di lavoro o un post, scrivo di getto ma la prima versione è lontana anni luce da quella definitiva. É solo uno scheletro, poco più che un’annotazione di pensieri. Nella versione definitiva può cambiare addirittura il registro stilistico e diventare più diretto o più istituzionale a seconda del contesto.

Ecco un esempio che ho preso da un mio testo destinato al web:Prima stesura:

In principio era lo studiolo, poi è diventato un luogo per stupire e meravigliare ospiti illustri e sovrani, oggi passa da chi lo considera un semplice contenitore e chi ne farebbe volentieri a meno.
In generale l’arte ha la capacità di creare dipendenza in alcuni e profondo ribrezzo in altri, cosi come ci sono quelli che ci si immergono completamente anima e corpo e quelli che l’allontanano senza mezzi termini.
A molti è capitato di andare in gita scolastica agli Uffizi e di ricordare solo la noia di una giornata interminabile, di vedere una mostra e non capirci nulla, di dire “questo sono capace di farlo anche io!”

Versione definitiva:

Partiamo da un semplice assunto: l’arte ha la capacità di creare dipendenza in alcuni e profondo ribrezzo in altri, chi si immerge completamente anima e corpo e chi l’allontana senza mezzi termini.Alzi la mano chi non ricorda la gita scolastica agli Uffizi come una noiosa giornata interminabile o chi ha visitato una mostra di arte contemporanea senza pensare “questo sono capace di farlo anche io!”.

La seconda versione è più pulita, ho eliminato l’incipit troppo accademico rendendolo più brioso e diretto come vuole lo stile giornalistico. Certo può piacere o no ma rende bene il “dietro le quinte”.
Personalmente sento ancora il bisogno che qualcuno controlli quello che scrivo e che in un certo senso firmi una sorta di liberatoria alla mia coscienza di copy ma il mio metodo è questo.

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