Leggere secondo me

Anche a me piace leggere. Da piccola ero considerata la secchiona della famiglia perché studiavo tanto e leggevo tutte le sere. Dentro di me però sapevo che era mia sorella quella veramente intelligente perché studiava il giusto raggiungendo risultati decisamente migliori se rapportati al tempo.
Nessuno ci ha mai imposto di leggere, la lettura serale (o pomeridiana) è stata una cosa che ci è venuta naturale quindi non riesco a capire chi non ama leggere. Questo pensiero mi è venuto in mente leggendo un commento di una ragazza al post di Luisa Carrada Italiano: allarmi di inizio anno. Il commento dice:

Basterebbe che i ragazzi leggessero di piu’ ma tanto di piu’, purtroppo pero’ ai ragazzi viene imposta la lettura in una maniera tale (e mi spiace qui la colpa e’ tutta degli insegnanti e del metodo) che viene percepita come una scocciatura.
[…]
Si perde pero’ l’occasione di poter trasmettere ai giovani un piacere inestimabile e di grandissimo valore che e’ appunto l’amore per la lettura, che fa volare la mente, che predispone a momenti di salutare solitudine in cui riflettere su cio’ che si sta leggendo ma anche su se stessi e la propria condizione esistenziale.
A preferire un buon libro a un insulso programma televisivo, a non disperarsi per un sabato sera andato a buca…perche’ davanti a noi abbiamo una serie di scaffali pieni di storie da completare con la nostra fantasia.E a fare passare a tutti un lungo viaggio in treno o in aereo senza dover ammazzare il tempo provando le suonerie del cellulare… ma semplicemente aprire un libro e cominciare a leggere…
Usare il cervello e riflettere…

Sono d’accordo, anche a me capita di passare delle serate a fare zapping cercando un programma decente in Tv mentre potrei leggere già dopo cena e occupare il tempo in modo molto più soddisfacente.

Mi hanno sempre detto che leggere apre la mente. Non so se è vero. So solo che mi rilassa, che per qualche ora sono in un’altro mondo. Mentre leggo Tiziana si annienta, entra nel libro pagina dopo pagina e osserva i personaggi, crea loro un’immagine precisa, passeggia insieme a loro, li rimprovera quando è il momento.
Leggere è come strappare il velo della realtà e rendersi conto che esiste un’altro mondo sempre diverso.
Poi c’è la penna. O meglio la mano. Ancora meglio l’idea di chi scrive. Perché un buon racconto parte da un’idea ma è fatto di parole, di punteggiatura, di pause ben calibrate.
La costruzione di un racconto è arte fina in cui non tutti sono bravi. Volete un esempio? Leggete “Il re di Girgenti” di Camilleri, poi ne riparliamo.

A lezione di europrogettazione…

Ho appena chiuso un lavoro piuttosto complesso che fa parte di un progetto di ricerca europeo.
Nonostante il record di “nessuna assenza” durante le lezioni di Europrogettazione del Master, non avevo idea di cosa poteva essere scrivere un documento di questo tipo. Ecco, ora lo so. Massacrante.
Dico solo che ho iniziato a lavorarci a metà Maggio (con la pausa di tutto Giugno) e che il risultato finale non mi ha soddisfatta del tutto.
Naturalmente il mio era solo un “deliverable” ovvero una parte del progetto ed aveva come argomento “l’interazione uomo-macchina nei device portatili all’interno dei luoghi d’arte“. Bella storia.
Scrivere un documento così lungo e con delle basi scientifiche può diventare una palestra formativa.

Prima di tutto l’indice. Cominci a buttare giù un indice di massima e inizi a cercare materiale perché un deliverable deve essere argomentato passo per passo. Libri, articoli su riviste, siti, interventi a conferenze, bisogna documentarsi moltissimo e cercare di dare un senso al mare magnum che ne viene fuori. Questa prima fase ha portato via tantissimo tempo anche perché gran parte del materiale è in inglese e va tradotto.
Quindi sono passata alla fase di stesura. Ho scritto senza farmi troppe domande sulla forma e senza sapere esattamente dove sarei arrivata. Anche questa fase è stata lunga e complessa.
Alla fine della prima bozza ero distrutta e felice ma non sapevo che il peggio doveva ancora venire.
La rilettura è stata un incubo: più andavo avanti più mi rendevo conto che a livello concettuale il discorso non filava, tante idee e spunti emersi dalle esperienze personali con le audioguide dei musei americani ma nessun progetto d’insieme di largo respiro.
Ho smontato tutto, riscritto alcuni pezzi, cercato altro materiale. Mi è venuto in mente quello che diceva Hemingway della prima stesura dei suoi libri. Verissimo.
Non so quante volte ho rivisto questo documento: ogni volta c’era qualcosa che non andava. La parte peggiore è stata arrivare a delle conclusioni, trovare un modello di interazione.

Come ho detto all’inizio non sono del tutto soddisfatta perchè il risultato non è proporzionato all’impegno che ci ho messo. Però ho imparato la lezione:

  1. un deliverable non è un romanzo quindi necessita anche di revisioni intermedie ad ogni capitolo, il rischio altrimenti è di allontanarsi progressivamente dall’obiettivo;
  2. le mie idee non interessano a nessuno e non hanno valore scientifico quindi non posso basarmi su delle sensazioni ma devo argomentare con dei testi autorevoli;
  3. il lavoro di team è tutto, dovevo chiedere più riunioni e allineamenti: avrei risparmiato molta fatica;
  4. ogni tanto è bene staccarsi un attimo dal testo e guardarlo dal di fuori, perché come in tutte le cose quando si è troppo coinvolti non si ragiona con la mente ma con il cuore;
  5. non sono stata una brava burattinaia perché dovevo tirare meglio le fila del discorso;
  6. i tempi devono essere calibrati con attenzione: nel mio caso la fase di revisione è stata così lunga e laboriosa che ho avuto poco più di un’ora per la formattazione e neanche un minuto per riaprire la stampa Pdf.

Tanti rimpianti ma anche una nuova esperienza in archivio. La prossima volta sarà diverso.