Come Dio comanda

copertina libroAmmaniti parte in quinta come sempre, poi comincia a scalare fino a quando ti rendi conto che ha messo una folle retromarcia.
Insomma ho letto la prima parte del libro tutta d’un fiato, alla scoperta di un personaggio dietro l’altro. Lo stile è volutamente frammentario, così come nella prima parte la narrazione è funzionale alla caratterizzazione dei numerosi personaggi del racconto.
Il libro scorre veloce fino a quando racconta i caratteri, motivando i gesti e i comportamenti dei protagonisti e dei personaggi minori.
Nella seconda parte, però qualcosa cambia. Il ritmo letterario, scandito da paragrafi atomizzati, sembra lo stesso  ma in realtà il racconto diventa molto più incalzante. Il cambiamento non giova all’intreccio perché a me ha lasciato una sensazione di approssimazione, di sciatteria.
Invece delle quasi quattrocento pagine, duecento (trecento al massimo) sarebbero state sufficienti. Il racconto sarebbe stato più curato, più uniforme pur nello stile spezzettato invece di procedere a singhiozzi. Una guida sportiva può infastidire qualcuno ma è pur sempre uno stile personale, la guida di un principiante è insopportabile e basta.
Con questo non voglio dire che Ammaniti sia un principiante, esprimo solo un personalissimo giudizio su un libro che, a mio avviso, parte molto bene ma che scivola miseramente nella seconda parte e soprattutto nel finale. Finito il libro mi sono detta: “spero che per la versione cinematografica abbiano fatto un riassunto”.

Compromessi tecnologici

Per lavoro ho dovuto fare delle ricerche su qualche nuova tecnologia da adattare in un progetto di promozione turistico-culturale.
Mi sono venuti in mente alcuni video che avevo visto tempo fa sugli affreschi di Giotto nella basilica di Assisi. Si tratta di una ricostruzione della Regola di San Francesco in un teatro immersivo che permette allo spettatore di entrare nella scena e guardare l’opera dall’interno.
Questo il video:

Ho assistito ad una proiezione simile nella Galleria dell’Accademia di Firenze, all’interno di una mostra sull’amore coniugale.
A Firenze non c’era audio e la resa nella ricostruzione 3D mi è sembrata meno curata della prova di Assisi anche se ugualmente di forte impatto emotivo sul pubblico.
Non so com’è ma l’idea di poter vedere oltre il visibile ha sempre incuriosito chiunque; evidentemente anche nell’arte questa può essere la mossa vincente per catturare l’attenzione del pubblico.
La tecnologia al servizio dell’arte, del cinema, della narrativa. Sono la prima a favorire scambi e nuove esperienze, ad ogni modo mi chiedo: non staremo perdendo di vista il fine? La riflessione è nata da un sito di avanguardie tecnologiche che ho trovato in rete. Tecnologie che lasciano a bocca aperta, ma nessun riferimento ai contenuti.
L’obiettivo di una mostra deve restare sempre quello di far conoscere al pubblico un artista, un’opera, far emergere un aspetto culturale poco conosciuto.
Il punto di partenza quindi deve essere: cosa voglio raccontare? Cosa voglio che emerga? Solo dopo aver chiarito questo aspetto possiamo pensare a come realizzarlo e se la cosa migliore è affiancare (attenzione: dico affiancare non sostituire) alla visita anche delle tecnologie o no.
Ho come l’impressione che spesso ad emergere sia solo la voglia di stupire, di catturare il pubblico più giovane, di fare dell’arte una forma di marketing e temo sinceramente che questi aspetti finiscano per compromettere il risultato.
Non sono contraria alle mostre di richiamo, ai grandi eventi, all’innesto di altre competenze tra chi si occupa dei beni culturali (economisti, account, PR) ma ricordiamoci tutti che il protagonista deve essere il contenuto. Sempre e comunque.

Vendo aria fritta! Ottimo affare!!

Mi sono riposata, mi sono disintossicata da internet, mail, acquisti on line, articoli di tecnologia a cui non riesco a stare dietro, dai pochi social network che seguo, dai mille blog che leggo ogni giorno. Ho cucinato, letto, cercato di fare una sciarpa ai ferri (anche se ho capito che preferisco la panificazione), giocato a Scarabeo, passato tanto tempo con chi mi fa stare bene ovvero con la mia famiglia.
Ho chiacchierato di tutto anche di tecnologia ed ho capito una cosa molto interessante: spesso la visione che gli addetti ai lavori, i nerd, i geek hanno di se stessi è molto diversa da quella che percepiscono gli altri. L’ho capito parlando con mia sorella prossima alla laurea in giurisprudenza e con mio cognato (lo chiamo così per farlo arrabbiare :)) anche lui vicino alla laurea in ingegneria meccanica. Due ragazzi che usano molto internet, ma che non fanno parte dello sterminato mondo dei sapientoni della rete.
Spiegavo cosa fa un community manager, uno strategic media planner, un consulente della rete e la loro risposta è stata: quindi che fanno realmente? Davvero riescono a vivere vendendo fuffa?
Mi rendo conto che la questione è più complessa e che forse ho semplificato troppo ma il punto a cui voglio arrivare è: qual è il limite tra il venditore di aria fritta e il professionista?
Per come la vedo io anche nella rete – come in TV – si è creata una categoria di meteore, di blogostar che vogliono raggiungere velocemente la notorietà e tutti i privilegi che ne conseguono parlando di fatti propri o di cucina quando va bene.
Tutti si dicono professionisti, tengono corsi su cosa scrivere su twitter, su facebook o su foursquare, scrivono libri banali e ripetitivi.
Da qualche giorno mi chiedo: cosa caratterizza un vero professionista da un ciarlatano?