Editor fai-da-te? Ahi ahi ahi

Partiamo da un semplice presupposto: se escludiamo i bambini tra zero e sei anni, tutti sanno leggere e scrivere. Su questo nessuno può contraddirmi.
Il fatto che tutti abbiano queste nozioni di base non significa che chiunque possa scrivere libri, nè che tutto sia leggibile.
Questa premessa è necessaria a spiegare quello che segue.
Mi sono offerta di controllare eventuali errori e refusi su un testo da stampare e distribuire per promuovere un evento enogastronomico.
Nessun problema, l’ho fatto volentieri a titolo di amicizia.
Il testo soffriva moltissimo, costretto nello spazio risicato di un A5.
Gli ho dato un po’ d’aria, riscritto alcuni concetti per renderli più accattivanti, ma devo aver esagerato. Insomma ho fatto un po’ più di sottolineare con la matita rossa gli errori di grammatica.
Il grafico ha impaginato entrambe le versioni ma la committenza non ha ritenuto opportuno perdere tempo a mostrare anche agli altri membri del “Consiglio” la nuova riscrittura. Hanno stampato quella scritta da loro.
Non voglio dire che la mia versione fosse meglio della loro, voglio puntare l’attenzione sul fatto che questa associazione che tanto tiene alla sua immagine, alla grafica dei manifesti, ai colori della stampa tipografica, alla pubblicità sui quotidiani, non ha nessuna attenzione per i testi.
Come a dire che quelli possono scriverli tutti.
Ribadisco che stiamo parlando di prestazioni gratuite (detto così mi fa anche un po’ ridere), figurarsi se avessero dovuto pagare. L’aspetto peggiore è che questo è il pensiero dei più.
Ogni volta che mi trovo in queste situazioni mi chiedo perché la professionalità del grafico, del programmatore, del project manager è indiscutibile mentre quella del content editor è messa continuamente in discussione.

Siccome non mi piacciono le persone che parlano del niente ho deciso di mostrare entrambe le versioni e lasciare a voi la facoltà di commento. 😉

A sinistra la mia versione, a destra quella stampata

rassegna

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I nativi digitali

I nativi digitali sono intorno a noi, crescono nelle nostre case, giocano con iPad e l’iPhone come fosse la cosa più naturale del mondo. Imparano a usare contemporaneamente le interfacce touch, la forchetta e a fare la pipì nel water.
Ho assistito io stessa alla scena di una bambina di tre anni che giocava con un iPhone e senza nessuna esitazione muoveva icone e spostava rane (anche con due dita) in un giochino che le aveva scaricato sua madre.
So per certo che si diverte allo stesso modo quando guarda un cartone animato in dvd o se le racconti una storia dei Barbapapà, segno che per lei sono tutti giochi più o meno equivalenti.
Guardandola usare l’iPhone, ho percepito il peso della definizione di nativo digitale e non ho sentito accezioni negative.
Noi che siamo cresciuti con le Barbie e abbiamo messo le mani su un computer a diciotto anni che diritto abbiamo di criticare una generazione che invece è nata su internet?
La mia esperienza dice che giocare con gli altri bambini a nascondino è stato piacevole ed educativo, ma ricordo che già mia madre criticava le ore che passavamo davanti alla Tv dicendo che a casa sua l’apparecchio l’avevano avuto solo da grandi. Eppure non mi sembra che io e i miei coetanei siamo cresciuti menomati in qualcosa.
Venerdì sentivo una discussione su questo argomento in Tv, qualcuno criticava i genitori di questi bambini, qualcuno li appoggiava.
Personalmente non mi sento di dire niente se non che si tratta di un metodo educativo nuovo che sconvolge le regole pedagogiche che ci siamo portati dietro. La tecnologia avanza non possiamo fermarla, nè possiamo tenere lontani i piccoli da qualcosa che ha modificato la nostra vita in ogni gesto quodidiano. I bambini devono avvicinarsi fin da piccoli alle tecnologie nella stessa misura in cui devono avvicinarsi a mille altri svaghi.
È la moderazione la misura delle cose. Unica regola sempre valida che si tramanda di padre in figlio.
Per una volta, non possiamo semplicemente osservare e cercare di imparare dal comportamento di chi ha un altro punto di vista perché nato in un ambiente culturale diverso dal nostro?

Le strade della creatività sono infinite

Sto leggendo “La grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, un libro molto interessante sui meccanismi mentali della creatività nei bambini in età scolare. Utile a tutti, mi sembra una lettura che dovrebbero affrontare soprattutto gli adulti, troppo spesso intrappolati nel fango della seriosa e noiosa vita da grandi.
Niente di nuovo: giochi di parole, esercizi della fantasia che tutti hanno fatto da bambini i cui ricordi riaffiorano solo se stomolati.

Mentre leggevo mi è venuta in mente una cosa: ai bambini viene naturale fare questi giochi perché la loro mente non ha limiti, ma per gli adulti è uno sforzo notevole. Devono alzarsi un pochino sopra gli altri e cominciare a togliersi di dosso strati e strati di fango limaccioso che li costringe a stare per terra e a trovare una spiegazione razionale a tutto.
Non a caso non tutti ci riescono.
Una mente creativa può avere forme impensabili e segue percorsi molto diversi da quelle comuni, lo dimostra il fatto che creativo può essere un piatto, una canzone, un film, una formula matematica, un’applicazione web, un romanzo, un racconto breve, persino la sentenza di un processo.

Come è possibile distinguere un gesto creativo da un esercizio di bravura professionale (perché c’è differenza)? E poi la creatività va educata? Come?
Deve essere la stessa differenza che c’è tra il ragazzo intelligente e quello secchione, ovvero quello che a domanda fuori programma ti risponde: non c’è sul libro.