Gioventù ribelle

È di qualche giorno fa la notizia che il Ministero della Gioventù ha sponsorizzato un videogioco sul Risorgimento dal cinematografico titolo “Gioventù ribelle”.
Si tratta di un videogioco che vuole raccontare la nascita dell’unità d’Italia attraverso il linguaggio dei giovani. L’idea mi ha stuzzicata.
Su youtube ho cercato il trailer e l’ho trovato poco interessante. Premetto che ho smesso con i videogiochi dopo aver visto come mi aveva trasformata Tomb rider: una pazza reclusa che sognava di uccidere chiunque come Lara Croft e si svegliava con l’idea di continuare la partita sospesa qualche ora prima.
Ad ogni modo il gioco mi pare piuttosto mediocre: un banale game di guerra con una grafica scadente e un’idea di fondo poco chiara. Fin qui niente di strano. Un gioco come tanti.
Quello che mi lascia pensierosa è che il progetto sia stato pubblicizzato e difeso a spada tratta dal nostro Ministero per la gioventù come un prodotto educativo che parla ai ragazzi. Da più parti si sono levate critiche al Ministro Meloni e al responsabile del progetto, ma nessuno ha realmente risposto alle critiche: perché un killer game – ovvero una soggettiva “ammazza tutti” – e non un gioco di strategia? È questo l’unico modo per parlare ai ragazzi? Non credo proprio.
Certo il Risorgimento non è stato un affare divertente, è stata realmente una guerra corpo a corpo, ma mi chiedo se fosse proprio necessario scegliere quel punto di vista.
Siamo al punto che la violenza è considerata educativa o sono io la bacchettona trentenne? Dallo sguardo di Napolitano alla presentazione del gioco direi che lui la pensa come me.

Per approfondire:

Articolo su Corriere.it
Lettera del Ministero

Le donne il 10 Marzo

Sono sempre perplessa quando si avvicina l’8 Marzo, Festa della donna.
Questa storia di festeggiare solo perché sono nata femmina mi rende perplessa. Non mi piace avere trattamenti di favore solo perchè sono donna, così come non trovo corretto essere relegata ad un ruolo marginale nella società solo perché il comune sentire dice che io devo cucinare e pulire casa o culetti di bambini.
Non mi vergogno di dire che io non impazzisco per i bambini, nè che non mi piace stare a casa ad aspettare il maritino che torna da lavoro. Ho studiato, ho un cervello per pensare e voglio realizzarmi nella vita esattamente come un ragazzo, non mi sembra niente di strano.
Eppure non è una cosa universalmente accettata perché ci sono ancora donne che si prostrano davanti agli uomini che fanno parte della loro vita (siano pure un marito, un datore di lavoro o semplicemente un collega) e uomini che non riescono a tollerare l’interferenza di una donna in un ambiente maschile.
Personalmente sono stata educata ad essere indipendente, a cercare l’emancipazione, ma mi rendo conto che parte di questa situazione è originata proprio dal comportamento delle donne, dalla loro timidezza, dalla paura di non farcela, dall’idea che è sempre il maschio che deve andare avanti.
Nelle conferenze è difficile trovare speaker donne (a meno che l’argomento non sia legato all’infanzia, in quel caso vige il tabù contrario), nelle grandi e piccole aziende sono pochissime le donne che ricoprono ruoli di grande rilevanza.
Perché?
Perché noi stesse ci releghiamo a posti di poca importanza, non vogliamo assumerci responsabilità, nè esporci troppo, non vogliamo delegare agli uomini ruoli legati alla casa o ai figli. Parità vuol dire essere uguali in tutto, le innegabili differenze nell’approccio alla vita devono essere un mogliorativo.
Perché le differenze arricchiscono qualche volta, perché la collaborazione crea l’equilibrio, perché una società soddisfatta produce di più e meglio.
Mi sono scocciata di sentire donne di qualsiasi età lamentarsi della propria vita spesa a onorare il marito e la casa. Basta piagnistei, e come dice qualcuno: fatti, non pugnette!
Per chiudere vi invito a leggere con attenzione il brano di Miriam Mafai su Repubblica dell’8 Marzo 2011. Scontato? Forse, ma dobbiamo fare training autogeno per ricordacele certe cose.

Il peso delle parole

Qualcuno mi ha detto “alla vita gli devi andare incontro“; riflettendoci, non ha tutti i torti. Le occasioni vanno prese al volo, ma devi anche favorire il caso perché accadano. Mi chiedo come si fa a creare le condizioni per far crescere un fungo da un panetto di muffa. Sulla scatola c’è scritto di tenere il terreno constantemente umido.
Vuol dire che devo tenere il mio terreno celebrale costantemente umido? Forse si. Anche se mi viene sempre il dubbio di non fare mai abbastanza.
Sto leggendo un libro che ha tutte le premesse per diventare entusiasmante: Consigli ad un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Si si, proprio il Cerami del Cinema. Sapevo poco e niente di lui se non che aveva lavorato con Benigni scrivendo una tra le più belle sceneggiature degli ultimi anni. Ignoravo però che nella sua carriera ha collaborato con Pasolini (che è stato anche suo professore), con Amelio, ha scritto per la Tv, per il cinema, per la radio, si è cimentato con generi a torto definiti “minori” come fumetti e racconti sia in Italia che negli Stati Uniti e in Francia. Insomma è uno che si è “sporcato le mani” dappertutto e questo è quello che consiglia di fare a chiunque ha piacere di scrivere.
Scrivere qualsiasi cosa, provare, magari anche sbagliare, cercare qualsiasi occasione per farlo.
Ho pensato a me. Non ho mai smesso di scrivere un diario. Spesso non so neanche dove sono quelli vecchi, non ho piacere a rileggerli ma non potrei mai non riportare su carta i miei pensieri.
Mi fa stare bene, mi tranquillizza, mi aiuta a rendere razionali delle sensazioni che mi sembrano insopportabili. Ho provato a scrivere delle poesie, dei piccoli racconti, articoli di giornale, ora i post. Tante di queste cose non le condivido con nessuno, le considero solo delle prove. So solo che non basta mai. Scrivere è faticoso, è un lavorìo continuo di limatura e riscrittura eppure lascia una sensazione di soddisfazione che non ha paragone.
Riuscire a scrivere una pezzo soddisfacente che sia equilibrato sotto ogni punto di vista (lessico, ritmo, musicalità, contenuto) non è semplice ma neanche impossibile. Il consiglio di Cerami non poteva essere più vero nella sua disarmante semplicità: lavorate duro. È tutta questione di esercizio, come suonare il pianoforte, nuotare, correre veloce. Senza l’esercizio bruto, rozzo, faticoso, reiterato non c’è finesse che tenga. Certo c’è anche l’estro creativo, ma quella è un’altra storia. Viene dopo, in fondo in fondo.

Il cinema con il capello. Borsalino e altre storie

Ho fatto un viaggetto niente male: andata e ritorno da Milano per vedere la Triennale del design. Nonostante la stanchezza, ne è valsa la pena.
Tra i tanti spunti, la mostra più interessante è stata quella che la Fondazione Borsalino ha dedicato all’uso del cappello nel cinema.
Oltre che una buona ideazione architettonica, l’esposizione aveva anche una bella grafica e un’ottima comunicazione del messaggio.
I cappelli vestono, amplificano dei tratti del carattere e della personalità. Nel cinema – in particolare – spesso raccontano al pubblico più di quanto fa la voce dell’attore: il cappello come elemento divertente, erotico, di paura, chic.
In alcune salette venivano proiettati spezzoni di film molto noti, a sottolineare per immagini l’importanza di questo accessorio nell’intreccio di un film: uno strumento nelle mani del regista per valorizzare o nascondere un tratto somatico, intimorire, costruire una gag divertente.
Ogni sala era preceduta da una breve descrizione dell’uso del cappello che raccontava.
All’improvviso sono stata colta da una folata di vento forte, quel vento che scompiglia tutto e fa volare via ogni cosa, compresi i cappelli: sulle pareti laterali sono apparse tante lettere apparentemente senza logica che poi hanno ricomposto i nomi di alcuni celebri modelli di cappelli. Un momento davvero originale e suggestivo.
Per finire l’ultima sezione era dedicata al celebre Borsalino, il cappello che ha dato il nome all’omonimo film con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo, e alla proiezione di un documentario di inizio secolo della prima fabbrica Borsalino ad Alessandria.
Devo dire che ho trovato l’idea chiara e ben sviluppata, belli i pannelli grafici e l’idea di rivestire le pareti di carta a pieghe che sembrasse un tessuto stropicciato, allegra la raccolta di spezzoni di film proiettati su un “cappello” multimediale con una marcia tipo sirtaki in sottofondo, ma più di tutto ho apprezzato i testi.
Semplici, diretti, chiari, piani, ma anche simpatici, ammiccanti, paurosi, sofisticati a seconda del contesto che volevano raccontare.
Finalmente un font ben leggibile, arioso il fraseggio perché anche l’occhio vuole la sua parte.
Li ho fotografati tutti (anche se non si poteva) solo per poterli rileggere e trascrivere nella mia cartella “buoni esempi”, quella che riguardo ogni tanto per ricordarmi che anche un testo professionale può essere piacevole.