Il cinema con il capello. Borsalino e altre storie

Ho fatto un viaggetto niente male: andata e ritorno da Milano per vedere la Triennale del design. Nonostante la stanchezza, ne è valsa la pena.
Tra i tanti spunti, la mostra più interessante è stata quella che la Fondazione Borsalino ha dedicato all’uso del cappello nel cinema.
Oltre che una buona ideazione architettonica, l’esposizione aveva anche una bella grafica e un’ottima comunicazione del messaggio.
I cappelli vestono, amplificano dei tratti del carattere e della personalità. Nel cinema – in particolare – spesso raccontano al pubblico più di quanto fa la voce dell’attore: il cappello come elemento divertente, erotico, di paura, chic.
In alcune salette venivano proiettati spezzoni di film molto noti, a sottolineare per immagini l’importanza di questo accessorio nell’intreccio di un film: uno strumento nelle mani del regista per valorizzare o nascondere un tratto somatico, intimorire, costruire una gag divertente.
Ogni sala era preceduta da una breve descrizione dell’uso del cappello che raccontava.
All’improvviso sono stata colta da una folata di vento forte, quel vento che scompiglia tutto e fa volare via ogni cosa, compresi i cappelli: sulle pareti laterali sono apparse tante lettere apparentemente senza logica che poi hanno ricomposto i nomi di alcuni celebri modelli di cappelli. Un momento davvero originale e suggestivo.
Per finire l’ultima sezione era dedicata al celebre Borsalino, il cappello che ha dato il nome all’omonimo film con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo, e alla proiezione di un documentario di inizio secolo della prima fabbrica Borsalino ad Alessandria.
Devo dire che ho trovato l’idea chiara e ben sviluppata, belli i pannelli grafici e l’idea di rivestire le pareti di carta a pieghe che sembrasse un tessuto stropicciato, allegra la raccolta di spezzoni di film proiettati su un “cappello” multimediale con una marcia tipo sirtaki in sottofondo, ma più di tutto ho apprezzato i testi.
Semplici, diretti, chiari, piani, ma anche simpatici, ammiccanti, paurosi, sofisticati a seconda del contesto che volevano raccontare.
Finalmente un font ben leggibile, arioso il fraseggio perché anche l’occhio vuole la sua parte.
Li ho fotografati tutti (anche se non si poteva) solo per poterli rileggere e trascrivere nella mia cartella “buoni esempi”, quella che riguardo ogni tanto per ricordarmi che anche un testo professionale può essere piacevole.

 

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