Outing grammaticale

Ci sono delle cose che non si capiscono fino a quando non arriva uno sconosciuto che te le dice in faccia senza filtri.
Ci ho messo molto tempo (non dico quanti anni per carineria; anzi lo dico: almeno 20 anni) per capire che sono una neo-crusc. Quasi della peggiore specie.
Chi sono i neo-crusc? I cosiddetti bacchettoni della grammatica.
Quelli che si indignano se una regola appresa alle elementari viene infranta dalla lingua moderna, quelli che pensano di avere tutte le risposte, quelli che si considerano puristi e, per questo motivo, mettono sempre la virgola prima del MA, quelli che pensano solo in maniera lineare e non sono stati mai capaci di risolvere un problema inverso, quelli che rabbrividiscono a pensare ad una frase che comincia con la E congiunzione.
Insomma, me stessa prima di leggere Val più la pratica.

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I like Monna Lisa

Uno degli interventi più interessanti dell’intero Summit è stato quello di Marco Mason dal titolo “User experience e progetto di sistemi mobile per i musei”.
Qualche tempo fa mi sono occupata anche io di ricerca di sistemi mobile nell’ambito museale e ho trovato ben dettagliato lo studio di Mason.
La sua proposta è stata di costruire dei percorsi all’interno dell’opera (video correlati, immagini aggiuntive ad esempio), una sorta di stratificazione dell’approfondimento che il visitatore può scegliere a seconda del suo livello di interesse.
Un motore propositivo intelligente in grado di capire cosa vuole il visitatore e dargli delle indicazioni (della serie “forse ti può interessare anche questo…“), un sistema di tracciamento della posizione del visitatore rispetto ad altre opere (tipo “altre opere simili nelle vicinanze…“).
So che è questo il futuro, che presto metteremo un “like” alla Gioconda ma l’idea mi lascia non pochi pensieri.
Giro a voi le domande che mi ronzano per la testa continuamente: non credete che in questo modo ci sia il reale rischio di spostare l’attenzione dall’opera d’arte al corredo tecnologico? Di ridurre le sensazioni e la tempesta che la vista di un’opera può provocare ad un “like”?

Di ecosistemi e universi liquidi

Tra una cosa e l’altra non scrivo da più di un mese sul blog. Sono mortificata e amareggiata con me stessa soprattutto perché è stato un periodo ricco di spunti che voglio condividere con tutti.
Ho progettato con altri colleghi una app per iPhone e sono stata all’IA Summit a Milano. Mille spunti diversi, ognuno a suo modo interessante.

A Milano sono venuti fuori con una certa ricorrenza due concetti: ecosistema e universo liquido.
Ecosistema vuol dire contesto, ovvero l’insieme delle relazioni che dà significato ad un’informazione. Il contesto, quindi, è come un angolo di prospettiva, capace di dare un senso all’infinitamente lontano e al dettaglio più piccolo.
Il contesto determina il limen attorno un concetto, un universo liquido che si disgrega nel web per adattarsi alla storia che stiamo raccontando.
Chi si occupa di tirare le fila del discorso, di rendere significante anche un quadro astratto, di plasmare una forma secondo un concetto di affordance?
Ovvio l’architetto dell’informazione. Colui che costruisce e progetta l’ecosistema, che pensa il confine attorno alla storia che sta raccontando, che stabisce connessioni con altri ecosistemi.
Come stabilisce le regole e i limiti dell’ecosistema?
Attraverso i tag e le tassonomie, il modo più semplice per descrivere una storia e nello stesso tempo creare una rete di relazioni a grappolo.
Di cosa sono fatti questi legami?
Di link, naturellement.