I like Monna Lisa

Uno degli interventi più interessanti dell’intero Summit è stato quello di Marco Mason dal titolo “User experience e progetto di sistemi mobile per i musei”.
Qualche tempo fa mi sono occupata anche io di ricerca di sistemi mobile nell’ambito museale e ho trovato ben dettagliato lo studio di Mason.
La sua proposta è stata di costruire dei percorsi all’interno dell’opera (video correlati, immagini aggiuntive ad esempio), una sorta di stratificazione dell’approfondimento che il visitatore può scegliere a seconda del suo livello di interesse.
Un motore propositivo intelligente in grado di capire cosa vuole il visitatore e dargli delle indicazioni (della serie “forse ti può interessare anche questo…“), un sistema di tracciamento della posizione del visitatore rispetto ad altre opere (tipo “altre opere simili nelle vicinanze…“).
So che è questo il futuro, che presto metteremo un “like” alla Gioconda ma l’idea mi lascia non pochi pensieri.
Giro a voi le domande che mi ronzano per la testa continuamente: non credete che in questo modo ci sia il reale rischio di spostare l’attenzione dall’opera d’arte al corredo tecnologico? Di ridurre le sensazioni e la tempesta che la vista di un’opera può provocare ad un “like”?

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Il cinema con il capello. Borsalino e altre storie

Ho fatto un viaggetto niente male: andata e ritorno da Milano per vedere la Triennale del design. Nonostante la stanchezza, ne è valsa la pena.
Tra i tanti spunti, la mostra più interessante è stata quella che la Fondazione Borsalino ha dedicato all’uso del cappello nel cinema.
Oltre che una buona ideazione architettonica, l’esposizione aveva anche una bella grafica e un’ottima comunicazione del messaggio.
I cappelli vestono, amplificano dei tratti del carattere e della personalità. Nel cinema – in particolare – spesso raccontano al pubblico più di quanto fa la voce dell’attore: il cappello come elemento divertente, erotico, di paura, chic.
In alcune salette venivano proiettati spezzoni di film molto noti, a sottolineare per immagini l’importanza di questo accessorio nell’intreccio di un film: uno strumento nelle mani del regista per valorizzare o nascondere un tratto somatico, intimorire, costruire una gag divertente.
Ogni sala era preceduta da una breve descrizione dell’uso del cappello che raccontava.
All’improvviso sono stata colta da una folata di vento forte, quel vento che scompiglia tutto e fa volare via ogni cosa, compresi i cappelli: sulle pareti laterali sono apparse tante lettere apparentemente senza logica che poi hanno ricomposto i nomi di alcuni celebri modelli di cappelli. Un momento davvero originale e suggestivo.
Per finire l’ultima sezione era dedicata al celebre Borsalino, il cappello che ha dato il nome all’omonimo film con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo, e alla proiezione di un documentario di inizio secolo della prima fabbrica Borsalino ad Alessandria.
Devo dire che ho trovato l’idea chiara e ben sviluppata, belli i pannelli grafici e l’idea di rivestire le pareti di carta a pieghe che sembrasse un tessuto stropicciato, allegra la raccolta di spezzoni di film proiettati su un “cappello” multimediale con una marcia tipo sirtaki in sottofondo, ma più di tutto ho apprezzato i testi.
Semplici, diretti, chiari, piani, ma anche simpatici, ammiccanti, paurosi, sofisticati a seconda del contesto che volevano raccontare.
Finalmente un font ben leggibile, arioso il fraseggio perché anche l’occhio vuole la sua parte.
Li ho fotografati tutti (anche se non si poteva) solo per poterli rileggere e trascrivere nella mia cartella “buoni esempi”, quella che riguardo ogni tanto per ricordarmi che anche un testo professionale può essere piacevole.

 

Compromessi tecnologici

Per lavoro ho dovuto fare delle ricerche su qualche nuova tecnologia da adattare in un progetto di promozione turistico-culturale.
Mi sono venuti in mente alcuni video che avevo visto tempo fa sugli affreschi di Giotto nella basilica di Assisi. Si tratta di una ricostruzione della Regola di San Francesco in un teatro immersivo che permette allo spettatore di entrare nella scena e guardare l’opera dall’interno.
Questo il video:

Ho assistito ad una proiezione simile nella Galleria dell’Accademia di Firenze, all’interno di una mostra sull’amore coniugale.
A Firenze non c’era audio e la resa nella ricostruzione 3D mi è sembrata meno curata della prova di Assisi anche se ugualmente di forte impatto emotivo sul pubblico.
Non so com’è ma l’idea di poter vedere oltre il visibile ha sempre incuriosito chiunque; evidentemente anche nell’arte questa può essere la mossa vincente per catturare l’attenzione del pubblico.
La tecnologia al servizio dell’arte, del cinema, della narrativa. Sono la prima a favorire scambi e nuove esperienze, ad ogni modo mi chiedo: non staremo perdendo di vista il fine? La riflessione è nata da un sito di avanguardie tecnologiche che ho trovato in rete. Tecnologie che lasciano a bocca aperta, ma nessun riferimento ai contenuti.
L’obiettivo di una mostra deve restare sempre quello di far conoscere al pubblico un artista, un’opera, far emergere un aspetto culturale poco conosciuto.
Il punto di partenza quindi deve essere: cosa voglio raccontare? Cosa voglio che emerga? Solo dopo aver chiarito questo aspetto possiamo pensare a come realizzarlo e se la cosa migliore è affiancare (attenzione: dico affiancare non sostituire) alla visita anche delle tecnologie o no.
Ho come l’impressione che spesso ad emergere sia solo la voglia di stupire, di catturare il pubblico più giovane, di fare dell’arte una forma di marketing e temo sinceramente che questi aspetti finiscano per compromettere il risultato.
Non sono contraria alle mostre di richiamo, ai grandi eventi, all’innesto di altre competenze tra chi si occupa dei beni culturali (economisti, account, PR) ma ricordiamoci tutti che il protagonista deve essere il contenuto. Sempre e comunque.

Al centro Darwin del Museo di Storia Naturale di Londra

Sono stata a Londra, finalmente la triade è completa: ho visto il Louvre, il MoMA e il British Museum.
Se avessi cominciato a viaggiare qualche anno fa molte cose sarebbero state più semplici, perché quando la memoria ha un appiglio nell’esperienza diretta ricorda e interiorizza più facilmente che basandosi solo sui libri. Vabbè, non è ancora troppo tardi. 🙂
Il Museo più interessante dal punto di vista tecnologico è certamente quello di Storia Naturale ed in particolare la sezione Darwin.
Estremamente didattico e pensato per i più piccoli ha una buona impostazione dal punto di vista allestitivo perché cerca di ridurre la distanza tra il visitatore e gli oggetti che contiene.
Facciamo degli esempi: su alcuni tavoli è facile trovare alcuni degli strumenti che gli scienziati usano nei loro laboratori (ovviamente si tratta di riproduzioni in materiali resistenti) che chiunque può toccare e guardare da vicino, ma la cosa divertente è che a ciascuno è abbinato un video che racconta a cosa serve esattamente l’oggetto in questione. Basta toccare l’oggetto che il codice a infrarosso fa partire il video.
Altra cosa interessante sono i leggii touch da sfogliare: niente di nuovo se non per delle intromissioni in flash che permettono ad un elemento selezionato di muoversi. Sono soprattutto libri di botanica quindi è divertente toccare – ad esempio – una farfalla, leggere qualche informazione e poi vederla volare via. I bambini erano molti divertiti…
Il percorso di visita è tutto una scoperta di video, retroproiezioni, multimediali, vetrine interattive. Ma la cosa più bella sono i tavoli interattivi che contengono giochi didattici ed esperimenti, tra questi il più interessante era certamente questo:

su una superficie touch vengono proiettate delle immagini, l’utente interagisce con gli oggetti sul tavolo (deve metterli  dentro la sacca dell’esploratore) e con il personaggio nel monitor ovvero il capo della spedizione; il professore prima mostra e spiega gli attrezzi poi li lancia sul tavolo dove compaiono magicamente. Il video ha anche una webcam per scattare una foto all’utente e personalizzare il suo cartellino da esploratore.
Non so se ricordate il video del progetto Natal che X-Box stava mettendo a punto, ecco questa applicazione va proprio in quella direzione anche se manca ancora di interattività vocale.
Un aspetto da non sottovalutare è stata la differente reazione di adulti e bambini all’interazione con la macchina: gli adulti erano divertiti, decisamente sorpresi e un po’ impacciati, i bambini – invece – erano molto divertiti ma per nulla sorpresi, una interazione decisamente più “naturale” la loro.
A questo punto dovrebbe partire la discussione sulle differenze tra le interazioni uomo-macchina dei nativi digitali e dei dinosauri digitali.

Spiegare non ostacolare

Ultimamente sono stata un po’scostante con l’aggiornamento del blog: tanti impegni lavorativi e la contingente fioritura dei cipressi (alias allergia a go go) mi hanno distolto dalla mia costante attenzione al web.
Bando alle ciance. Sabato scorso sono stata alla presentazione della mostra personale di un’artista emergente: Beatrice Di Stefano. L’ambiente era un po’ forzato per me nel senso che quella non è la gente che normalmente frequento, ma è bello mettersi alla prova con situazioni estreme.
Interessanti le opere, estremamente moderne (arte contemporanea per interdeci); in più ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti comunicativi e di respiro più ampio.
Certo Caravaggio sarebbe inorridito sapendo che quei “mostriciattoli” vorrebbero rientrare nella definizione di Arte (lo scrivo non a caso con la lettera maiuscola), ma la modernità comporta anche questo.
Il web ha fatto la rivoluzione. Grafica e pixel aspirano a diventare protagonisti nei musei, nelle mostre, nell’arte in generale. Ormai non si accontentano più del ruolo di “principe consorte” e gli amanti dell’arte figurativa, delle tele, degli affreschi devono farsene una ragione.
Personalmente mi incuriosiscono le nuove forme di arte anche se ho bisogno di tempo per metabolizzare e per far “decantare” l’impressione, quello che non accetto di tanti “artisti” è la superbia.
L’arte non deve essere data per scontata.
La vera Arte va spiegata, o meglio chi guarda deve avere gli strumenti per capire e se non fanno parte del suo bagaglio culturale gli vanno dati. Solo a quel punto, potrà decidere se apprezzare un artista e un’opera o no.
Chi pensa di guadagnare l’alloro e di ricoprirsi di gloria semplicemente creando un alone di indefinibile misticismo attorno alle sue opere non farà tanta strada. Almeno con me.
Sono una ferma oppositrice dell’attuale trend che – sulla scia di un finto minimalismo – vuole mascherare una realtà fatta di pochezza con un velo di intellettualismo nevrotico e considera inutili didascalie, cataloghi, spiegazioni.
Non voglio tirare acqua al mio mulino, ma sono convinta che così come ci sono momenti in cui le immagini parlano da sole, ci sono tanti altri momenti – a dire il vero la maggior parte – in cui la parola è l’unica chiave per entrare nel mondo dell’artista.
Questo non lo dico solo io, così la pensava anche Il genio di Magritte che infatti usava tantissimo le parole nelle sue opere.
Una cosa è bella quando hai la possibilità di poter vedere anche quello che non si vede. E nell’arte contemporanea questo è tutto, se consideriamo che spesso non si capisce neanche da che verso devo guardare “l’opera”.
Forse molti non se ne ricordano più, ma a fare la fortuna di un artista è anche il popolo profano e non solo il sacro intellettuale.

L’intelligenza artificiale avanza

Ieri sono stata ad un workshop dal titolo Smart Museum, organizzato dal Museo della Scienza di Firenze. L’applicazione è stata pensata per diversi supporti anche se per il momento il prototipo è solo su palmare e smartphone.

Si tratta di un progetto europeo che vede coinvolti diversi partner in un lavoro interessante e nello stesso tempo ambizioso: progettare un’audioguida intelligente.

In soldoni, il funzionamento si basa sulle ontologie ovvero sull’interpretazione di annotazioni semantiche.

Niente paura, non è una malattia grave. Sembrano paroloni ma si possono spiegare facilmente con un esempio.

Ipotizziamo che io voglia visitare un museo, ad esempio il museo della scienza di Firenze. Fornisco al sistema i seguenti dati: sono una ragazza di 28 anni, laureata in Conservazione dei Beni culturali, con un interesse particolare per Galileo e un odio profondo per la chimica (siamo sempre nel mondo delle ipotesi ;)).

Con queste semplici indicazioni, l’audioguida sceglierà per me degli oggetti che possono interessare al mio profilo: oggetti di Galileo o studiati da lui, oggetti che hanno una qualche relazione con l’arte, oggetti che interessano generalmente i laureati.

Come fa l’audioguida a sapere che la lente di un tale cannocchiale ha una relazione con Galileo? Semplice, nella fase preliminare del progetto ogni oggetto deve essere stato “taggato”. Questo vuol dire che i curatori del museo devono individuare degli attributi per ogni oggetto e classificarli secondo delle scelte oggettive (il concetto di oggettivo sarebbe da approfondire) e condivise.

Il profilo utente si arricchisce ogni volta che il visitatore mostra interesse per un oggetto, il dispositivo memorizza le nuove scelte e immediatamente propone contenuti correlati. Ultima cosa. Il sistema prevede l’inserimento di un fattore random, ovvero un contenuto che non ha pertinenza con le scelte dell’utente ma che vuole testare la possibile apertura ad altri campi.

Certo l’interfaccia grafica non era proprio il massimo dell’usabilità così come i contenuti hanno un ruolo piuttosto defilato, ma immagino che quello avrà maggiore rilevanza durante la fase di commercializzazione del progetto.

Dalla sensazione che ho avuto io, il principio credo sia lo stesso che anima Bing: il nuovo motore di ricerca della Microsoft, basato sulla ricerca semantica.

Per capire la differenza tra Google e Bing (almeno sulla carta) anche questa volta possiamo fare un esempio. Pensiamo di fare una ricerca su: bottiglia blu.

Google sceglierà inizialmente tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli che contengono solo l’uno o solo l’altro.

Bing – invece – cercherà prima tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli direttamente affini (che trattano del bere, ad esempio) cercando di interpretare anche le relazioni tra i termini.

È il web 3.0 ed è già arrivato.