I like Monna Lisa

Uno degli interventi più interessanti dell’intero Summit è stato quello di Marco Mason dal titolo “User experience e progetto di sistemi mobile per i musei”.
Qualche tempo fa mi sono occupata anche io di ricerca di sistemi mobile nell’ambito museale e ho trovato ben dettagliato lo studio di Mason.
La sua proposta è stata di costruire dei percorsi all’interno dell’opera (video correlati, immagini aggiuntive ad esempio), una sorta di stratificazione dell’approfondimento che il visitatore può scegliere a seconda del suo livello di interesse.
Un motore propositivo intelligente in grado di capire cosa vuole il visitatore e dargli delle indicazioni (della serie “forse ti può interessare anche questo…“), un sistema di tracciamento della posizione del visitatore rispetto ad altre opere (tipo “altre opere simili nelle vicinanze…“).
So che è questo il futuro, che presto metteremo un “like” alla Gioconda ma l’idea mi lascia non pochi pensieri.
Giro a voi le domande che mi ronzano per la testa continuamente: non credete che in questo modo ci sia il reale rischio di spostare l’attenzione dall’opera d’arte al corredo tecnologico? Di ridurre le sensazioni e la tempesta che la vista di un’opera può provocare ad un “like”?

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Compromessi tecnologici

Per lavoro ho dovuto fare delle ricerche su qualche nuova tecnologia da adattare in un progetto di promozione turistico-culturale.
Mi sono venuti in mente alcuni video che avevo visto tempo fa sugli affreschi di Giotto nella basilica di Assisi. Si tratta di una ricostruzione della Regola di San Francesco in un teatro immersivo che permette allo spettatore di entrare nella scena e guardare l’opera dall’interno.
Questo il video:

Ho assistito ad una proiezione simile nella Galleria dell’Accademia di Firenze, all’interno di una mostra sull’amore coniugale.
A Firenze non c’era audio e la resa nella ricostruzione 3D mi è sembrata meno curata della prova di Assisi anche se ugualmente di forte impatto emotivo sul pubblico.
Non so com’è ma l’idea di poter vedere oltre il visibile ha sempre incuriosito chiunque; evidentemente anche nell’arte questa può essere la mossa vincente per catturare l’attenzione del pubblico.
La tecnologia al servizio dell’arte, del cinema, della narrativa. Sono la prima a favorire scambi e nuove esperienze, ad ogni modo mi chiedo: non staremo perdendo di vista il fine? La riflessione è nata da un sito di avanguardie tecnologiche che ho trovato in rete. Tecnologie che lasciano a bocca aperta, ma nessun riferimento ai contenuti.
L’obiettivo di una mostra deve restare sempre quello di far conoscere al pubblico un artista, un’opera, far emergere un aspetto culturale poco conosciuto.
Il punto di partenza quindi deve essere: cosa voglio raccontare? Cosa voglio che emerga? Solo dopo aver chiarito questo aspetto possiamo pensare a come realizzarlo e se la cosa migliore è affiancare (attenzione: dico affiancare non sostituire) alla visita anche delle tecnologie o no.
Ho come l’impressione che spesso ad emergere sia solo la voglia di stupire, di catturare il pubblico più giovane, di fare dell’arte una forma di marketing e temo sinceramente che questi aspetti finiscano per compromettere il risultato.
Non sono contraria alle mostre di richiamo, ai grandi eventi, all’innesto di altre competenze tra chi si occupa dei beni culturali (economisti, account, PR) ma ricordiamoci tutti che il protagonista deve essere il contenuto. Sempre e comunque.

Al centro Darwin del Museo di Storia Naturale di Londra

Sono stata a Londra, finalmente la triade è completa: ho visto il Louvre, il MoMA e il British Museum.
Se avessi cominciato a viaggiare qualche anno fa molte cose sarebbero state più semplici, perché quando la memoria ha un appiglio nell’esperienza diretta ricorda e interiorizza più facilmente che basandosi solo sui libri. Vabbè, non è ancora troppo tardi. 🙂
Il Museo più interessante dal punto di vista tecnologico è certamente quello di Storia Naturale ed in particolare la sezione Darwin.
Estremamente didattico e pensato per i più piccoli ha una buona impostazione dal punto di vista allestitivo perché cerca di ridurre la distanza tra il visitatore e gli oggetti che contiene.
Facciamo degli esempi: su alcuni tavoli è facile trovare alcuni degli strumenti che gli scienziati usano nei loro laboratori (ovviamente si tratta di riproduzioni in materiali resistenti) che chiunque può toccare e guardare da vicino, ma la cosa divertente è che a ciascuno è abbinato un video che racconta a cosa serve esattamente l’oggetto in questione. Basta toccare l’oggetto che il codice a infrarosso fa partire il video.
Altra cosa interessante sono i leggii touch da sfogliare: niente di nuovo se non per delle intromissioni in flash che permettono ad un elemento selezionato di muoversi. Sono soprattutto libri di botanica quindi è divertente toccare – ad esempio – una farfalla, leggere qualche informazione e poi vederla volare via. I bambini erano molti divertiti…
Il percorso di visita è tutto una scoperta di video, retroproiezioni, multimediali, vetrine interattive. Ma la cosa più bella sono i tavoli interattivi che contengono giochi didattici ed esperimenti, tra questi il più interessante era certamente questo:

su una superficie touch vengono proiettate delle immagini, l’utente interagisce con gli oggetti sul tavolo (deve metterli  dentro la sacca dell’esploratore) e con il personaggio nel monitor ovvero il capo della spedizione; il professore prima mostra e spiega gli attrezzi poi li lancia sul tavolo dove compaiono magicamente. Il video ha anche una webcam per scattare una foto all’utente e personalizzare il suo cartellino da esploratore.
Non so se ricordate il video del progetto Natal che X-Box stava mettendo a punto, ecco questa applicazione va proprio in quella direzione anche se manca ancora di interattività vocale.
Un aspetto da non sottovalutare è stata la differente reazione di adulti e bambini all’interazione con la macchina: gli adulti erano divertiti, decisamente sorpresi e un po’ impacciati, i bambini – invece – erano molto divertiti ma per nulla sorpresi, una interazione decisamente più “naturale” la loro.
A questo punto dovrebbe partire la discussione sulle differenze tra le interazioni uomo-macchina dei nativi digitali e dei dinosauri digitali.

L’intelligenza artificiale avanza

Ieri sono stata ad un workshop dal titolo Smart Museum, organizzato dal Museo della Scienza di Firenze. L’applicazione è stata pensata per diversi supporti anche se per il momento il prototipo è solo su palmare e smartphone.

Si tratta di un progetto europeo che vede coinvolti diversi partner in un lavoro interessante e nello stesso tempo ambizioso: progettare un’audioguida intelligente.

In soldoni, il funzionamento si basa sulle ontologie ovvero sull’interpretazione di annotazioni semantiche.

Niente paura, non è una malattia grave. Sembrano paroloni ma si possono spiegare facilmente con un esempio.

Ipotizziamo che io voglia visitare un museo, ad esempio il museo della scienza di Firenze. Fornisco al sistema i seguenti dati: sono una ragazza di 28 anni, laureata in Conservazione dei Beni culturali, con un interesse particolare per Galileo e un odio profondo per la chimica (siamo sempre nel mondo delle ipotesi ;)).

Con queste semplici indicazioni, l’audioguida sceglierà per me degli oggetti che possono interessare al mio profilo: oggetti di Galileo o studiati da lui, oggetti che hanno una qualche relazione con l’arte, oggetti che interessano generalmente i laureati.

Come fa l’audioguida a sapere che la lente di un tale cannocchiale ha una relazione con Galileo? Semplice, nella fase preliminare del progetto ogni oggetto deve essere stato “taggato”. Questo vuol dire che i curatori del museo devono individuare degli attributi per ogni oggetto e classificarli secondo delle scelte oggettive (il concetto di oggettivo sarebbe da approfondire) e condivise.

Il profilo utente si arricchisce ogni volta che il visitatore mostra interesse per un oggetto, il dispositivo memorizza le nuove scelte e immediatamente propone contenuti correlati. Ultima cosa. Il sistema prevede l’inserimento di un fattore random, ovvero un contenuto che non ha pertinenza con le scelte dell’utente ma che vuole testare la possibile apertura ad altri campi.

Certo l’interfaccia grafica non era proprio il massimo dell’usabilità così come i contenuti hanno un ruolo piuttosto defilato, ma immagino che quello avrà maggiore rilevanza durante la fase di commercializzazione del progetto.

Dalla sensazione che ho avuto io, il principio credo sia lo stesso che anima Bing: il nuovo motore di ricerca della Microsoft, basato sulla ricerca semantica.

Per capire la differenza tra Google e Bing (almeno sulla carta) anche questa volta possiamo fare un esempio. Pensiamo di fare una ricerca su: bottiglia blu.

Google sceglierà inizialmente tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli che contengono solo l’uno o solo l’altro.

Bing – invece – cercherà prima tutte le pagine che contengono entrambi i termini, poi quelli direttamente affini (che trattano del bere, ad esempio) cercando di interpretare anche le relazioni tra i termini.

È il web 3.0 ed è già arrivato.

Il museo del Louvre

Il vero motivo del mio viaggio a Parigi è il museo del Louvre.

Antefatto

Qualche tempo fa ho fatto una lista di cose che devo assolutamente fare nella mia vita prima di attraversare il tunnel con la luce.
Ognuno inserisce voci diverse a seconda delle sue priorità perciò nessuno si stupirà se nella mia lista c’è la visita di tutti i maggiori musei del mondo.
Visto che per il momento ho cancellato solo musei italiani ho capito che era arrivato il momento di espatriare.
Ecco perché ho messo la sveglia alle 6,30 per essere per tempo davanti alle porte del Louvre.

Fatto

Mi aspettavo una fila infinita – stile Musei Vaticani o Uffizi – invece niente di niente. Come ho detto nel post precedente siamo entrati direttamente nei sotterranei con la metro e ci siamo ritrovati sotto la piramide ovvero alla biglietteria.
La guida cartacea aveva provato a metterci in guardia usando la parola labirinto per descrivere il museo ma noi spavaldamente siamo entrati senza pensare troppo.
Risultato: immediatamente ci siamo resi conto di esserci persi e che stava diventando un grosso problema riguadagnare l’uscita.
Dopo rocambolesche avventure che ci hanno permesso di incrociare solo per caso la Venere di Milo, la stele di Rosetta ed altre opere da togliere il fiato siamo nuovamente all’ingresso.
Questa volta non ci facciamo fregare, ci armiamo di audioguida palmare e ricominciamo tutto da capo alla volta della Monna Lisa.
audioguida palmare LouvreIl palmare è fantastico: ha una struttura esterna molto resistente agli urti, nessun bottone a vista, un pennino enorme legato con un filo e un laccio per tenerlo al collo.
Come nel museo d’Orsay è l’operatore a impostare la lingua.
Iniziamo la visita: dalla home parte un breve video introduttivo utilissimo per capire come utilizzare questo supporto, quindi si apre una schermata con un menu di quattro voci:

  1. i percorsi
  2. come si usa l’audioguida
  3. dove sono
  4. il Louvre

I percorsi: sono 7, ciascuno caratterizzato da un colore diverso; a corredo di ognuno c’è un breve video introduttivo con una mappa delle museo per localizzare le opere, i tempi di percorrenza calcolati in ore e la descrizione di quello che il visitatore dovrebbe vedere all’inizio del percorso.
Come si usa l’audioguida: un aiuto alla navigazione sempre a portata di mano.
Dove sono: utilissimo, l’ho usato tantissimo. In pratica inserisci nel pannello numerico il numero identificativo dell’opera che è accanto ad ogni cornice e il palmare ti dice in quale sala, piano e padiglione sei.
Il louvre: per chi non si sazia mai c’è tutta una sezione sul museo: storia dell’edificio, storia della collezione, curiosità; il tutto sempre con mappa, tempi di percorrenza e opere.
Benone, scegliamo un percorso. Il mio simpatico amico tech mi persenta una mappa con le opere da vedere e mi indica con una freccia il senso di visita (deve aver intuito che mi perdo anche a casa mia).
Per tutta la navigazione nella barra di menu in alto ci sono sempre il tasto indietro, quello home e la ricerca per numero.
Comincia l’ascolto: seleziono il primo pallino e lo speaker mi elenca altre voci di menu:

  1. scoprire l’opera (descrizione dell’opera)
  2. scoprire il contesto (approfondimento sulla corrente artistica o storica)
  3. ringraziamenti (tutti i testi hanno una voce di credits)

Seleziono l’opera. Quindi si apre una schermata con immagine e comandi audio.
Ascolto con interesse la spiegazione. Lo stile è molto accattivante, le opere vengono descritte dalla viva voce dei curatori museali a mo’ di intervista, il che movimenta l’ascolto e rende più credibile il contenuto caricando di autorevolezza la fonte.
Lo stile è molto diretto, con garbo “la voce” si rivolge direttamente a me visitatore: mi racconta quello che vedo, mi suggerisce qual è l’angolazione migliore per ammirare l’opera, addirittura mi dà il ritmo di cammino con dei passi di sottofondo. Senza mai esagerare mi invita a guardare fuori dalla finestra quando sono in un punto strategico del palazzo, mi dice di avere sempre come riferimento la piramide o la Senna se non so più orientarmi.
Anche le musiche di sottofondo sono piacevoli. Ovviamente posso mettere in pausa o fermare l’audio quando voglio dai comandi in basso. Questo è proprio un sogno…
Continuo: il pallino dell’ultima opera ascoltata lampeggia così capisco dove sono arrivata a passo alla successiva. La mappa ad ogni modo ha i tasti per lo zoom e delle frecce per spostarmi nello spazio perché non c’è gps.
Tornata il Italia ho scoperto che le audioguide sono di Antenna Audio l’azienda che produce audioguide per quasi tutti i più grandi musei del mondo.
Come per il museo d’Orsay la visita è stata lunga (7 ore) ma la batteria non ha defezionato mai.
In generale l’approccio è stato molto positivo, l’unica nota leggermente negativa è che una volta scelta l’opera da ascoltare l’audio non parte in automatico ma devi selezionare nuovamente una voce, per interderci ci sono due “clic” ravvicinati prima di arrivare all’audio vero e proprio. Forse uno si poteva omettere lasciando la selezione manuale solo per l’eventuale riascolto. Ad ogni modo si tratta di una finesse trascurabile.
Tiriamo le somme. L’esperienza che in un primo momento mi stava mettendo ansia si è rivelata entusiasmante e la rifarei altre mille volte (non so se chi era con me condivide).
Voto: 8

Ps. so che questo post è troppo lungo e che in verità neache il più fanatico parigino lo leggerebbe ma non importa perché tanto, si sa, il blog è un esercizio di stile per ritrovare il filo dei miei pensieri che altrimenti scapperebbero via velocissimi.

Audioguide Museo d’Orsay

Ormai è passato del tempo e sono finalmente in grado di scrivere del viaggio a Parigi senza il vivo trasporto dell’immediato ritorno.
Il commento più banale del mondo però me lo concederete: Parigi lascia il segno. È piena di arte e di storia ma immerse in un’aria come dire… sofisticata.
Potrete dirmi che anche Firenze o Roma o Napoli (un po’ sottovalutata dal punto di vista artistico) sono città in cui senti il peso dei secoli passati in ogni dove ma io vi rispondo che a Parigi tutto è diverso. Si respira libertà, l’aria del Nord Europa.
È un paese che non ha paura di sperimentare, in cui una stazione ferroviaria in stile art nouveau, se troppo piccola per i nuovi treni, diventa un ottimo contenitore per i più celebri quadri dell’impressionismo francese; in cui solo venti anni fa un Presidente come Mitterand decide che è il momento di aprire un enorme cantiere nel museo del Louvre e adeguarne la struttura ai tempi che cambiano. La metro arriva direttamente nei sotterranei del palazzo, l’ingresso è spostato sotto il piano di strada e due enormi piramidi di vetro lasciano passare la luce con il palazzo antico di sfondo.

In Italia tutto ciò non sarebbe possibile. Non sono solo gli spazi a mancare, è la mentalità che è diversa. Nessuno mai avrebbe il coraggio di “dissacrare” opere antiche accostandoci l’estremamente moderno, perchè siamo troppo conservatori. Sempre con lo sguardo al passato in cerca di conferme e di certezze siamo il popolo dei gamberi: un passo avanti e due indietro.

Ad ogni modo le polemiche non servono, questa voleva essere solo una riflessione sui fatti.

Veniamo ora al tema del post: le audioguide del Museo d’Orsay. Si tratta di supporti molto semplici esclusivamente audio simili a dei telefoni.

100_4940Al desk l’operatore (che parla tutte le lingue) imposta l’audioguida in italiano e ci spiega come usarla.

A prima impressione sembrano molto resistenti agli urti, hanno un case trasparente, tasti di gomma molto grandi, un laccio per tenerle al collo.

Cominciamo la visita.

L’operatore ci suggerisce di digitare il tasto cornetta verde per iniziare la visita.

Il principio che sta alla base è semplice: accanto a gran parte delle opere c’è un cartellino con un numero. Basta digitare questo numero sulla tastiera numerica del telefono per ascoltare l’audio descrittivo dell’opera.

Le descrizioni sono di media lunghezza, dai 90 ai 120 secondi. In alcuni casi al termine dell’ascolto la voce registrata ti suggerisce un numero da digitare per accedere ad un approfondimento generico sulla corrente artistica o sul periodo storico di un gruppo di opere.

I comandi dell’audio (play/pause e stop) sono molto intuitivi: tasto verde (cornetta alzata) per iniziare o mettere in pausa, tasto rosso (cornetta abbassata) per fermare definitivamente la voce.

Il tasto ? di help è sempre a portata di mano nella tastiera.

Tutto semplice ma efficace.

Ho giocato un po’ spingendo tasti a caso per trovare una falla nel sistema… nulla.

L’audioguida non è mai impazzita, non si è spenta in nessuno modo e anzi, dopo sei ore di visita la batteria non ha dato nessun segno di cedimento. Il tutto per 5 €.

Voto: 7+.