Il mestiere del copywriter

Sto leggendo La parola immaginata di Annamaria Testa, fantastica pubblicitaria, docente di comunicazione e titolare del ricchissimo blog Nuovo e utile.
Il libro mi sta piacendo moltissimo perché oltre al fatto che racconta di un argomento che mi affascina non poco: la pubblicità, trovo che abbia uno stile magnetico.
Alterna descrizioni più teoriche e “accademiche” a dettagli succulenti stile gossip sulla vita delle agenzie pubblicitarie, sui vari prodotti, sulle campagne più conosciute.
Mi rendo conto che da quando ho cominciato questo libro guardo con occhi diversi la “reclàme” in tv e la stessa in radio o su riviste.
Ogni media ha il suo linguaggio, perché ognuno ha il suo pubblico e ha caratteristiche intrinseche di cui non si può non tenere conto. In radio, ad esempio, il messaggio deve essere raccontato con le parole come una fiaba musicale, mentre la tv può permettersi il muto e puntare tutto sulle immagini.
O ancora: un quotidiano come Repubblica non potrebbe mai contenere annunci in stile geek che trovo continuamente su Wired.
Copy e visual ovvero parole e immagini, un annuncio ben riuscito è il risultato dell’equilibrio tra questi due aspetti della comunicazione. Entrambi devono bilanciarsi e tararsi l’uno sull’altro perché altrimenti lo spot non funzionerà, per eccesso di ridondanza, per mancanza di una chiave di lettura univoca.
La sintesi non è un gioco, ne sono fermamente sicura e ho come l’impressione che da AnnaMaria Testa potrò imparare molto.

Il peso delle parole

Qualcuno mi ha detto “alla vita gli devi andare incontro“; riflettendoci, non ha tutti i torti. Le occasioni vanno prese al volo, ma devi anche favorire il caso perché accadano. Mi chiedo come si fa a creare le condizioni per far crescere un fungo da un panetto di muffa. Sulla scatola c’è scritto di tenere il terreno constantemente umido.
Vuol dire che devo tenere il mio terreno celebrale costantemente umido? Forse si. Anche se mi viene sempre il dubbio di non fare mai abbastanza.
Sto leggendo un libro che ha tutte le premesse per diventare entusiasmante: Consigli ad un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Si si, proprio il Cerami del Cinema. Sapevo poco e niente di lui se non che aveva lavorato con Benigni scrivendo una tra le più belle sceneggiature degli ultimi anni. Ignoravo però che nella sua carriera ha collaborato con Pasolini (che è stato anche suo professore), con Amelio, ha scritto per la Tv, per il cinema, per la radio, si è cimentato con generi a torto definiti “minori” come fumetti e racconti sia in Italia che negli Stati Uniti e in Francia. Insomma è uno che si è “sporcato le mani” dappertutto e questo è quello che consiglia di fare a chiunque ha piacere di scrivere.
Scrivere qualsiasi cosa, provare, magari anche sbagliare, cercare qualsiasi occasione per farlo.
Ho pensato a me. Non ho mai smesso di scrivere un diario. Spesso non so neanche dove sono quelli vecchi, non ho piacere a rileggerli ma non potrei mai non riportare su carta i miei pensieri.
Mi fa stare bene, mi tranquillizza, mi aiuta a rendere razionali delle sensazioni che mi sembrano insopportabili. Ho provato a scrivere delle poesie, dei piccoli racconti, articoli di giornale, ora i post. Tante di queste cose non le condivido con nessuno, le considero solo delle prove. So solo che non basta mai. Scrivere è faticoso, è un lavorìo continuo di limatura e riscrittura eppure lascia una sensazione di soddisfazione che non ha paragone.
Riuscire a scrivere una pezzo soddisfacente che sia equilibrato sotto ogni punto di vista (lessico, ritmo, musicalità, contenuto) non è semplice ma neanche impossibile. Il consiglio di Cerami non poteva essere più vero nella sua disarmante semplicità: lavorate duro. È tutta questione di esercizio, come suonare il pianoforte, nuotare, correre veloce. Senza l’esercizio bruto, rozzo, faticoso, reiterato non c’è finesse che tenga. Certo c’è anche l’estro creativo, ma quella è un’altra storia. Viene dopo, in fondo in fondo.

Le strade della creatività sono infinite

Sto leggendo “La grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, un libro molto interessante sui meccanismi mentali della creatività nei bambini in età scolare. Utile a tutti, mi sembra una lettura che dovrebbero affrontare soprattutto gli adulti, troppo spesso intrappolati nel fango della seriosa e noiosa vita da grandi.
Niente di nuovo: giochi di parole, esercizi della fantasia che tutti hanno fatto da bambini i cui ricordi riaffiorano solo se stomolati.

Mentre leggevo mi è venuta in mente una cosa: ai bambini viene naturale fare questi giochi perché la loro mente non ha limiti, ma per gli adulti è uno sforzo notevole. Devono alzarsi un pochino sopra gli altri e cominciare a togliersi di dosso strati e strati di fango limaccioso che li costringe a stare per terra e a trovare una spiegazione razionale a tutto.
Non a caso non tutti ci riescono.
Una mente creativa può avere forme impensabili e segue percorsi molto diversi da quelle comuni, lo dimostra il fatto che creativo può essere un piatto, una canzone, un film, una formula matematica, un’applicazione web, un romanzo, un racconto breve, persino la sentenza di un processo.

Come è possibile distinguere un gesto creativo da un esercizio di bravura professionale (perché c’è differenza)? E poi la creatività va educata? Come?
Deve essere la stessa differenza che c’è tra il ragazzo intelligente e quello secchione, ovvero quello che a domanda fuori programma ti risponde: non c’è sul libro.

Come Dio comanda

copertina libroAmmaniti parte in quinta come sempre, poi comincia a scalare fino a quando ti rendi conto che ha messo una folle retromarcia.
Insomma ho letto la prima parte del libro tutta d’un fiato, alla scoperta di un personaggio dietro l’altro. Lo stile è volutamente frammentario, così come nella prima parte la narrazione è funzionale alla caratterizzazione dei numerosi personaggi del racconto.
Il libro scorre veloce fino a quando racconta i caratteri, motivando i gesti e i comportamenti dei protagonisti e dei personaggi minori.
Nella seconda parte, però qualcosa cambia. Il ritmo letterario, scandito da paragrafi atomizzati, sembra lo stesso  ma in realtà il racconto diventa molto più incalzante. Il cambiamento non giova all’intreccio perché a me ha lasciato una sensazione di approssimazione, di sciatteria.
Invece delle quasi quattrocento pagine, duecento (trecento al massimo) sarebbero state sufficienti. Il racconto sarebbe stato più curato, più uniforme pur nello stile spezzettato invece di procedere a singhiozzi. Una guida sportiva può infastidire qualcuno ma è pur sempre uno stile personale, la guida di un principiante è insopportabile e basta.
Con questo non voglio dire che Ammaniti sia un principiante, esprimo solo un personalissimo giudizio su un libro che, a mio avviso, parte molto bene ma che scivola miseramente nella seconda parte e soprattutto nel finale. Finito il libro mi sono detta: “spero che per la versione cinematografica abbiano fatto un riassunto”.

Leggere secondo me

Anche a me piace leggere. Da piccola ero considerata la secchiona della famiglia perché studiavo tanto e leggevo tutte le sere. Dentro di me però sapevo che era mia sorella quella veramente intelligente perché studiava il giusto raggiungendo risultati decisamente migliori se rapportati al tempo.
Nessuno ci ha mai imposto di leggere, la lettura serale (o pomeridiana) è stata una cosa che ci è venuta naturale quindi non riesco a capire chi non ama leggere. Questo pensiero mi è venuto in mente leggendo un commento di una ragazza al post di Luisa Carrada Italiano: allarmi di inizio anno. Il commento dice:

Basterebbe che i ragazzi leggessero di piu’ ma tanto di piu’, purtroppo pero’ ai ragazzi viene imposta la lettura in una maniera tale (e mi spiace qui la colpa e’ tutta degli insegnanti e del metodo) che viene percepita come una scocciatura.
[…]
Si perde pero’ l’occasione di poter trasmettere ai giovani un piacere inestimabile e di grandissimo valore che e’ appunto l’amore per la lettura, che fa volare la mente, che predispone a momenti di salutare solitudine in cui riflettere su cio’ che si sta leggendo ma anche su se stessi e la propria condizione esistenziale.
A preferire un buon libro a un insulso programma televisivo, a non disperarsi per un sabato sera andato a buca…perche’ davanti a noi abbiamo una serie di scaffali pieni di storie da completare con la nostra fantasia.E a fare passare a tutti un lungo viaggio in treno o in aereo senza dover ammazzare il tempo provando le suonerie del cellulare… ma semplicemente aprire un libro e cominciare a leggere…
Usare il cervello e riflettere…

Sono d’accordo, anche a me capita di passare delle serate a fare zapping cercando un programma decente in Tv mentre potrei leggere già dopo cena e occupare il tempo in modo molto più soddisfacente.

Mi hanno sempre detto che leggere apre la mente. Non so se è vero. So solo che mi rilassa, che per qualche ora sono in un’altro mondo. Mentre leggo Tiziana si annienta, entra nel libro pagina dopo pagina e osserva i personaggi, crea loro un’immagine precisa, passeggia insieme a loro, li rimprovera quando è il momento.
Leggere è come strappare il velo della realtà e rendersi conto che esiste un’altro mondo sempre diverso.
Poi c’è la penna. O meglio la mano. Ancora meglio l’idea di chi scrive. Perché un buon racconto parte da un’idea ma è fatto di parole, di punteggiatura, di pause ben calibrate.
La costruzione di un racconto è arte fina in cui non tutti sono bravi. Volete un esempio? Leggete “Il re di Girgenti” di Camilleri, poi ne riparliamo.

Anni ’70 tra sud e nord: l’Italia a due velocità

Sabato pomeriggio guardavo su Rai Storia un documentario sulla trasformazione della società italiana nel corso degli anni.
È stato interessante ascoltare dalla viva voce di alcuni ragazzi degli anni Settanta il loro punto di vista su società, politica, femminismo, famiglia e amore libero. Con un po’ di invidia, ho ascoltato quanta attenzione davano alle parole e al loro significato più profondo: a partire dalla famiglia fino al concetto di amore. Discorsi a cui oggi – tra clichè e stereotipi – nessuno è più abituato.
Certo è stata una caratteristica di quegli anni mettere in discussione il passato e i fondamenti della società civile tipo il matrimonio o l’amore.
Tutto aveva una valenza politica. Le tesi femministe – che oggi fanno anche un po’ sorridere – avevano un solo obiettivo: affermare la figura della donna, renderla indipendendente dall’uomo, rivendicare il diritto a scegliere come vivere.
Mi ha incuriosito molto perché proprio sabato ho finito di leggere “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia: storia di una famiglia di Grottole (paesino in provincia di Matera) che ripercorre un periodo che va dall’Ottocento sino ai giorni nostri attraverso il racconto delle sue donne.
Il confronto tra le due realtà mi ha turbata. Quello che mostrava il documentario era una visione parziale della società degli anni Settanta: la rivolta giovanile, il femminismo, il comunismo a Grottole – per dire tutta la provincia del sud Italia – non sono arrivati se non per eco.
La condizione del Meridione va letta nelle storie della gente comune e non degli eroi. Di chi pensava che le guerre mondiali non sono stati periodi peggiori di tutti gli altri, dove le ideologie sono arrivate solo di rimbalzo perché quando la pancia è vuota non c’è discorso che tenga.
È per questo motivo che non riuscivo a trovare familiari i discorsi del documentario, li sentivo lontani perché non ho mai sentito i miei nonni o i miei genitori parlare di lotte ideologiche. La lotta era avere da mangiare il giorno dopo.
Se potete leggete il libro.
Interessante anche la tecnica di scrittura, a tratti quasi un flusso di coscienza capace di creare discreti effetti di suspance per poi ritornare al narratore onniscente.
Sono passata al secondo libro della Venezia. Completamente diverso nel genere e nella narrazione, ma di questo parlerò più avanti.

Buoni esempi e teste coronate

Qualche giorno fa, per gioco, ho partecipato ad un contest che ho trovato su Parole Appiccicate, il blog di Davide Nonino, giovane web writer pieno di idee.
Dovevo scrivere un breve commento sul tema “le donne vere”. Ho scritto tre righe pensando a mia madre.
Ad ogni modo è stata una bellissima iniziativa come molte altre di Nonino a partire dal libro Chi ha trovato Cenerontola? Un libro sulla scrittura nato in seguito a diversi laboratori didattici con i bambini che sto aspettando con impazienza da IBS.
L’ho preso come modello: Davide si è inventato un lavoro partendo dalla sua passione per la scrittura e riesce a fare marketing di se stesso in modo simpatico e mai invadente.
Ho sempre bisogno di prendere persone come esempio, mi ricordano continuamente che devo impegnarmi di più.

PS. La sorte ha voluto che vincessi io (il mio commento è il secondo con il nome Tizz), quindi oggi mi godo la corona di alloro che il programma statistico random.org mi ha concesso. 😉