Outing grammaticale

Ci sono delle cose che non si capiscono fino a quando non arriva uno sconosciuto che te le dice in faccia senza filtri.
Ci ho messo molto tempo (non dico quanti anni per carineria; anzi lo dico: almeno 20 anni) per capire che sono una neo-crusc. Quasi della peggiore specie.
Chi sono i neo-crusc? I cosiddetti bacchettoni della grammatica.
Quelli che si indignano se una regola appresa alle elementari viene infranta dalla lingua moderna, quelli che pensano di avere tutte le risposte, quelli che si considerano puristi e, per questo motivo, mettono sempre la virgola prima del MA, quelli che pensano solo in maniera lineare e non sono stati mai capaci di risolvere un problema inverso, quelli che rabbrividiscono a pensare ad una frase che comincia con la E congiunzione.
Insomma, me stessa prima di leggere Val più la pratica.

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Le donne il 10 Marzo

Sono sempre perplessa quando si avvicina l’8 Marzo, Festa della donna.
Questa storia di festeggiare solo perché sono nata femmina mi rende perplessa. Non mi piace avere trattamenti di favore solo perchè sono donna, così come non trovo corretto essere relegata ad un ruolo marginale nella società solo perché il comune sentire dice che io devo cucinare e pulire casa o culetti di bambini.
Non mi vergogno di dire che io non impazzisco per i bambini, nè che non mi piace stare a casa ad aspettare il maritino che torna da lavoro. Ho studiato, ho un cervello per pensare e voglio realizzarmi nella vita esattamente come un ragazzo, non mi sembra niente di strano.
Eppure non è una cosa universalmente accettata perché ci sono ancora donne che si prostrano davanti agli uomini che fanno parte della loro vita (siano pure un marito, un datore di lavoro o semplicemente un collega) e uomini che non riescono a tollerare l’interferenza di una donna in un ambiente maschile.
Personalmente sono stata educata ad essere indipendente, a cercare l’emancipazione, ma mi rendo conto che parte di questa situazione è originata proprio dal comportamento delle donne, dalla loro timidezza, dalla paura di non farcela, dall’idea che è sempre il maschio che deve andare avanti.
Nelle conferenze è difficile trovare speaker donne (a meno che l’argomento non sia legato all’infanzia, in quel caso vige il tabù contrario), nelle grandi e piccole aziende sono pochissime le donne che ricoprono ruoli di grande rilevanza.
Perché?
Perché noi stesse ci releghiamo a posti di poca importanza, non vogliamo assumerci responsabilità, nè esporci troppo, non vogliamo delegare agli uomini ruoli legati alla casa o ai figli. Parità vuol dire essere uguali in tutto, le innegabili differenze nell’approccio alla vita devono essere un mogliorativo.
Perché le differenze arricchiscono qualche volta, perché la collaborazione crea l’equilibrio, perché una società soddisfatta produce di più e meglio.
Mi sono scocciata di sentire donne di qualsiasi età lamentarsi della propria vita spesa a onorare il marito e la casa. Basta piagnistei, e come dice qualcuno: fatti, non pugnette!
Per chiudere vi invito a leggere con attenzione il brano di Miriam Mafai su Repubblica dell’8 Marzo 2011. Scontato? Forse, ma dobbiamo fare training autogeno per ricordacele certe cose.

Il peso delle parole

Qualcuno mi ha detto “alla vita gli devi andare incontro“; riflettendoci, non ha tutti i torti. Le occasioni vanno prese al volo, ma devi anche favorire il caso perché accadano. Mi chiedo come si fa a creare le condizioni per far crescere un fungo da un panetto di muffa. Sulla scatola c’è scritto di tenere il terreno constantemente umido.
Vuol dire che devo tenere il mio terreno celebrale costantemente umido? Forse si. Anche se mi viene sempre il dubbio di non fare mai abbastanza.
Sto leggendo un libro che ha tutte le premesse per diventare entusiasmante: Consigli ad un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Si si, proprio il Cerami del Cinema. Sapevo poco e niente di lui se non che aveva lavorato con Benigni scrivendo una tra le più belle sceneggiature degli ultimi anni. Ignoravo però che nella sua carriera ha collaborato con Pasolini (che è stato anche suo professore), con Amelio, ha scritto per la Tv, per il cinema, per la radio, si è cimentato con generi a torto definiti “minori” come fumetti e racconti sia in Italia che negli Stati Uniti e in Francia. Insomma è uno che si è “sporcato le mani” dappertutto e questo è quello che consiglia di fare a chiunque ha piacere di scrivere.
Scrivere qualsiasi cosa, provare, magari anche sbagliare, cercare qualsiasi occasione per farlo.
Ho pensato a me. Non ho mai smesso di scrivere un diario. Spesso non so neanche dove sono quelli vecchi, non ho piacere a rileggerli ma non potrei mai non riportare su carta i miei pensieri.
Mi fa stare bene, mi tranquillizza, mi aiuta a rendere razionali delle sensazioni che mi sembrano insopportabili. Ho provato a scrivere delle poesie, dei piccoli racconti, articoli di giornale, ora i post. Tante di queste cose non le condivido con nessuno, le considero solo delle prove. So solo che non basta mai. Scrivere è faticoso, è un lavorìo continuo di limatura e riscrittura eppure lascia una sensazione di soddisfazione che non ha paragone.
Riuscire a scrivere una pezzo soddisfacente che sia equilibrato sotto ogni punto di vista (lessico, ritmo, musicalità, contenuto) non è semplice ma neanche impossibile. Il consiglio di Cerami non poteva essere più vero nella sua disarmante semplicità: lavorate duro. È tutta questione di esercizio, come suonare il pianoforte, nuotare, correre veloce. Senza l’esercizio bruto, rozzo, faticoso, reiterato non c’è finesse che tenga. Certo c’è anche l’estro creativo, ma quella è un’altra storia. Viene dopo, in fondo in fondo.

Le strade della creatività sono infinite

Sto leggendo “La grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, un libro molto interessante sui meccanismi mentali della creatività nei bambini in età scolare. Utile a tutti, mi sembra una lettura che dovrebbero affrontare soprattutto gli adulti, troppo spesso intrappolati nel fango della seriosa e noiosa vita da grandi.
Niente di nuovo: giochi di parole, esercizi della fantasia che tutti hanno fatto da bambini i cui ricordi riaffiorano solo se stomolati.

Mentre leggevo mi è venuta in mente una cosa: ai bambini viene naturale fare questi giochi perché la loro mente non ha limiti, ma per gli adulti è uno sforzo notevole. Devono alzarsi un pochino sopra gli altri e cominciare a togliersi di dosso strati e strati di fango limaccioso che li costringe a stare per terra e a trovare una spiegazione razionale a tutto.
Non a caso non tutti ci riescono.
Una mente creativa può avere forme impensabili e segue percorsi molto diversi da quelle comuni, lo dimostra il fatto che creativo può essere un piatto, una canzone, un film, una formula matematica, un’applicazione web, un romanzo, un racconto breve, persino la sentenza di un processo.

Come è possibile distinguere un gesto creativo da un esercizio di bravura professionale (perché c’è differenza)? E poi la creatività va educata? Come?
Deve essere la stessa differenza che c’è tra il ragazzo intelligente e quello secchione, ovvero quello che a domanda fuori programma ti risponde: non c’è sul libro.

Pensieri in libertà

Svegliarsi
chiudere gli occhi
respirare
sfregarsi le mani
un piede fuori

fare
fare
fare

respirare

metti
togli
metti di nuovo
fuori
dentro
chiudi
apri

devo…
no
vorrei…
no
dopo?
chissà

pensa
si
ma… no
scrivi
si
ma… no
apri
chiudi
apri
apri
apri
pensa
si
ma… forse
riscrivi
si ma… ancora no

chiudi
salva
salva
salva

fare
fare
fare

silenzio
chiudere gli occhi
respirare
ascoltare
pensare
respirare ancora
piano
piano
piano

una giornata qualsiasi.

La nuova editoria (quasi)digitale

Sabato mattina il Direttore del Corriere della Sera ha scritto una lettera ai suoi giornalisti. In parole semplici ha chiesto che venisse abbattuto il muro del pregiudizio nei confronti delle edizioni web e multimediali (mobile e tablet).
Non conosco nel dettaglio la situazione contrattuale dei giornalisti professionisti, ma so che le edizioni web e multimediali sono molto indietro. Già altre volte avevo accusato queste grosse testate quotidiane di trascuratezza: errori di battitura, di grammatica, di mancata revisione. È chiaro che a queste edizioni viene dedicata una cura minore, evidentemente i continui aggiornamenti non giovano alla revisione ortografica e d’insieme.
Altro tasto dolente sono le edizioni per iPad a pagamento.
Ho scaricato quella di Repubblica e sono rimasta senza parole: è la stessa edizione on line in formato pdf. Lontana anni luce dall’edizione americana di Wired per iPad che ho pagato 2.99 euro. Anche in questo caso non sono stata completamente soddisfatta ma almeno è chiaro lo sforzo di riprogettazione del layout e dei contenuti.
– Gli editori italiani non hanno capito niente dell’iPad, vogliono solo fare soldi senza investire in progettazione nè user experience – ho pensato subito.
Invece forse non è solo così, forse nelle redazioni piene di vecchi giornalisti stile Montanelli (niente contro l’impareggiabile Indro, mi riferisco al vecchio metodo della macchina da scrivere) nessuno ha voglia di mettersi in discussione con le novità nè di lasciare un po’ del proprio potere ai giovani. Eppure sono proprio i giovani quelli a cui i giornali devono rivolgersi, e per farlo devono investire nelle nuove forme di comunicazione digitale.
Da qualche tempo è nato un vivace dibattito intorno alle nuove forme di editoria digitale (ebook-tablet-mobile) a cui non mi pare che gli editori italiani stiano partecipando, ancora legati ad una visione che relega le nuove versioni a surrogati della carta stampata. Grande errore perchè solo chi capirà per primo che il futuro sta prendendo una piega diversa, avrà la meglio sugli altri.

Leggere secondo me

Anche a me piace leggere. Da piccola ero considerata la secchiona della famiglia perché studiavo tanto e leggevo tutte le sere. Dentro di me però sapevo che era mia sorella quella veramente intelligente perché studiava il giusto raggiungendo risultati decisamente migliori se rapportati al tempo.
Nessuno ci ha mai imposto di leggere, la lettura serale (o pomeridiana) è stata una cosa che ci è venuta naturale quindi non riesco a capire chi non ama leggere. Questo pensiero mi è venuto in mente leggendo un commento di una ragazza al post di Luisa Carrada Italiano: allarmi di inizio anno. Il commento dice:

Basterebbe che i ragazzi leggessero di piu’ ma tanto di piu’, purtroppo pero’ ai ragazzi viene imposta la lettura in una maniera tale (e mi spiace qui la colpa e’ tutta degli insegnanti e del metodo) che viene percepita come una scocciatura.
[…]
Si perde pero’ l’occasione di poter trasmettere ai giovani un piacere inestimabile e di grandissimo valore che e’ appunto l’amore per la lettura, che fa volare la mente, che predispone a momenti di salutare solitudine in cui riflettere su cio’ che si sta leggendo ma anche su se stessi e la propria condizione esistenziale.
A preferire un buon libro a un insulso programma televisivo, a non disperarsi per un sabato sera andato a buca…perche’ davanti a noi abbiamo una serie di scaffali pieni di storie da completare con la nostra fantasia.E a fare passare a tutti un lungo viaggio in treno o in aereo senza dover ammazzare il tempo provando le suonerie del cellulare… ma semplicemente aprire un libro e cominciare a leggere…
Usare il cervello e riflettere…

Sono d’accordo, anche a me capita di passare delle serate a fare zapping cercando un programma decente in Tv mentre potrei leggere già dopo cena e occupare il tempo in modo molto più soddisfacente.

Mi hanno sempre detto che leggere apre la mente. Non so se è vero. So solo che mi rilassa, che per qualche ora sono in un’altro mondo. Mentre leggo Tiziana si annienta, entra nel libro pagina dopo pagina e osserva i personaggi, crea loro un’immagine precisa, passeggia insieme a loro, li rimprovera quando è il momento.
Leggere è come strappare il velo della realtà e rendersi conto che esiste un’altro mondo sempre diverso.
Poi c’è la penna. O meglio la mano. Ancora meglio l’idea di chi scrive. Perché un buon racconto parte da un’idea ma è fatto di parole, di punteggiatura, di pause ben calibrate.
La costruzione di un racconto è arte fina in cui non tutti sono bravi. Volete un esempio? Leggete “Il re di Girgenti” di Camilleri, poi ne riparliamo.