Flussi di tweet

È arrivato il momento anche per me di fare una piccola riflessione su Twitter. Lo sto usando da un po’ ormai (uno dei motivi per cui il blog langue) e credo di essere pronta a dire la mia.
Sono d’accordo con chi scrive che i Social Media Expert non servono a niente. Ecco l’ho detto.
Twitter non è male quando riesci ad intercettare degli spunti interessanti nel flusso di notizie infinito che c’è, ma il problema più grosso è che lo trovo superficiale. Impossibile approfondire tutto (uno dovrebbe fare solo quello nella giornata), impossibile approfondire perché spesso si tratta di retweets di altri che a loro volta non hanno inventato niente di nuovo. Per non parlare di chi scrive tweet ogni due secondi per annunciare al mondo che ha preso il caffè, aperto il giornale, o solo che è arrivato a casa (cancellati tutti dalla mia lista di followers).
Non voglio essere catastrofista e antiquata, attraverso Twitter ho trovato tanti spunti utili, link, notizie interessanti, ma ho capito che bisogna starci molto attenti. Apro twitter ogni tanto durante la giornata e cerco nuove idee, link, news.
Soprattutto cerco contenuti, sostanza, parole da divorare, articoli da spremere, post da succhiare fino all’ultima goccia, insomma ogni volta che lo apro mi aspetto nuove idee in concentrato e conoscenza in pillole, ma spesso mi rendo conto che riesco a berne solo poche gocce.
Come quando sei davanti ad una fontana da cui esce acqua a forte pressione: nonostante tutto non riesci a bere quasi niente e ti prendono i nervi, ma basta avere un bicchiere che la musica cambia decisamente, prendi quello che serve a dissetarti e il resto non ti scoccia che scorra. Così mi sembra il flusso di twitter: devi prendere quello che ti serve e approfondire solo quello. Quello che sembra perso, in realtà ti fa guadagnare tempo per uscire un po’ fuori all’aria aperta.

I nativi digitali

I nativi digitali sono intorno a noi, crescono nelle nostre case, giocano con iPad e l’iPhone come fosse la cosa più naturale del mondo. Imparano a usare contemporaneamente le interfacce touch, la forchetta e a fare la pipì nel water.
Ho assistito io stessa alla scena di una bambina di tre anni che giocava con un iPhone e senza nessuna esitazione muoveva icone e spostava rane (anche con due dita) in un giochino che le aveva scaricato sua madre.
So per certo che si diverte allo stesso modo quando guarda un cartone animato in dvd o se le racconti una storia dei Barbapapà, segno che per lei sono tutti giochi più o meno equivalenti.
Guardandola usare l’iPhone, ho percepito il peso della definizione di nativo digitale e non ho sentito accezioni negative.
Noi che siamo cresciuti con le Barbie e abbiamo messo le mani su un computer a diciotto anni che diritto abbiamo di criticare una generazione che invece è nata su internet?
La mia esperienza dice che giocare con gli altri bambini a nascondino è stato piacevole ed educativo, ma ricordo che già mia madre criticava le ore che passavamo davanti alla Tv dicendo che a casa sua l’apparecchio l’avevano avuto solo da grandi. Eppure non mi sembra che io e i miei coetanei siamo cresciuti menomati in qualcosa.
Venerdì sentivo una discussione su questo argomento in Tv, qualcuno criticava i genitori di questi bambini, qualcuno li appoggiava.
Personalmente non mi sento di dire niente se non che si tratta di un metodo educativo nuovo che sconvolge le regole pedagogiche che ci siamo portati dietro. La tecnologia avanza non possiamo fermarla, nè possiamo tenere lontani i piccoli da qualcosa che ha modificato la nostra vita in ogni gesto quodidiano. I bambini devono avvicinarsi fin da piccoli alle tecnologie nella stessa misura in cui devono avvicinarsi a mille altri svaghi.
È la moderazione la misura delle cose. Unica regola sempre valida che si tramanda di padre in figlio.
Per una volta, non possiamo semplicemente osservare e cercare di imparare dal comportamento di chi ha un altro punto di vista perché nato in un ambiente culturale diverso dal nostro?

Calvino e gli ebook

Tempo fa ho comprato le Lezioni americane di Italo Calvino, ma per una serie di motivi il libro è rimasto sullo scaffale a fare presenza. Due giorni fa, invece, ho deciso che era arrivato il momento di leggerlo e ho cominciato.
La premessa è di una modernità disarmante: a cavallo con il nuovo millennio Calvino racconta il futuro, le nuove forme di fruizione del libro, l’eterna lotta con le parole di pietra che appesantiscono il testo invece di dargli la spinta a volare con grazia; ma scrive negli anni ’80 e non poteva conoscere nè iPad nè Kindle. Ci sono delle persone che sono così avanti che analizzando lucidamente il presente raccontano il futuro.
Leggere la sua premessa mi ha fatto riflettere circa la querelle tra libro digitale e vecchia editoria cartacea.
C’è lo schieramento dei progressisti che leggono solo ebook e considerano la carta un accessorio vintage, chi dice – al contrario – che i nuovi formati tramonteranno presto e che non possono competere con i libri di carta.
Forse hanno ragione i primi, forse gli altri non hanno tutti i torti.
Non mi stupirei se i ragazzi portassero a scuola un iPad da 700 grammi piuttosto che sette libri da 2 chili l’uno nè vorrei a tutti i costi che mia madre consultasse le ricette su un’App.
Il punto è un altro.
Le trasformazioni sono inevitabili, e non sempre implicano una perdita. È il corso naturale della mente umana che significa guardare un oggetto con occhi diversi, associargli un nuovo significato, arricchirlo di chiavi di lettura.
Quello su cui dovremmo concentrarci non è il mezzo ma il fine.
Non importa se la gente legge i giornali su un reader o su carta, importante è che legga, si informi, pensi con la sua testa.
Se un ragazzo preferisce leggere un libro su iPad piuttosto che su carta, dico “ben venga, l’importante è che legga”.
Il “come” in questo caso implica una serie di cambiamenti che definisco secondari rispetto allo scopo più generale che è di riavvicinare la gente alla lettura e, più in generale, alle parole.
Questa sarebbe la vera rivoluzione. Se saranno gli ebook a farlo, non avrà vinto Kindle o il reader di turno, avremmo vinto tutti.

La dura legge del writer

Ogni tanto mi viene in mente che la vita dei contenutisti o writer (più figo, no?) è proprio curiosa.
Ti impegni come gli altri durante il tuo percorso di studi ma quando finisci è come se tu non avessi fatto niente. Scuole superiori, laurea, master cancellati in un battito di ciglia.
Allora ricominci con tutta l’umiltà del mondo (come fanno anche gli altri del resto), studi, impari dagli altri, fai la gavetta per qualche anno, scrivi, leggi, scrivi ancora, ti informi, ti sforzi il triplo degli altri per capire cos’è la cache e come si svuota, per imparare l’html, i tag, i div, i css e non guardare sempre con gli occhi stralunati i tecnici e i grafici che ti parlano nella loro lingua.
Non basta perché non hai ancora cominciato a fare il tuo lavoro: devi progettare un’applicazione quindi studiare l’architettura dei contenuti in una forma sempre nuova, su supporti sempre diversi o con caratteristiche che cambiano come lo scorrere dell’acqua. Non è finita perchè devi riguardare i testi o scriverli (meno male che ogni tanto c’è anche questo), realizzare il wireframe e rispondere alle domande degli altri che vogliono tutto malettamente subito e non ammettono ripensamenti o incertezze. Inutile dire che per fare questo devi ancora studiare, leggere, pensare, guardare oltre lo schermo, scrivere regolarmente.
Voi direte: -Che vuoi farci? È così per tutti! Ciascuno deve impegnarsi molto per fare al meglio il proprio lavoro!-
-Giustissimo – dico io – Sono d’accordo. –
Il problema sta nel fatto che alla fine di tutto ho la percezione che nessuno apprezza veramente questo lavoro. Se hai progettato un’applicazione figa, il merito va al grafico che l’ha rivestita o al tecnico che le ha dato i movimenti. E tu? Resti al tuo posto, perché dopotutto il tuo contributo non è stato così fondamentale come credi.
Il grafico è l’esperto di design, il tecnico è “l’ingegnere” e non si tocca e tu? Sei lo sfigato che all’università ha studiato storia dell’arte (argomento del quale gli altri non hanno bisogno di sapere niente) ed ora deve buttarsi nella mischia e cercare di non farsi troppo male.
La verità è che ormai i testi non li legge più nessuno. Quindi se lavori ad una brochure i meriti sono solo del grafico, se pensi ad una applicazione multimediale o ad un sito web la bravura è del web designer in collaborazione con il tecnico di turno.
Poca visibilità in ogni caso.
Sapete che vi dico? Chi se ne frega. Io chiudo il blog per qualche giorno e vado a Londra a vedere il British museum. E il museo di storia naturale. E la National gallery. E la Tate gallery. E il Victoria and Albert Museum.
Alla faccia di chi pensa che l’opinione dei contenutisti sia superflua. Io, zitta zitta, ingrasso i neuroni.

Elementi di stile nella scrittura

Ho letto Elementi di stile nella scrittura di William Strunk Jr, una lettura entusiasmante se penso che risale agli inizi del ‘900.
Ecco un estratto:

[…] Senza i nomi e i verbi la frase non esiste. Hemingway, ad esempio, usava pochissimi aggettivi e avverbi, eppure la sua scrittura è incredibilmente precisa. […]
I nomi e i verbi sono le parti più importanti di una frase e gli aggettivi vanno usati in modo funzionale. […]
Discorso a parte va fatto per l’avverbio. Secondo Stephen King dovrebbe essere eliminato il più possibile perché “con gli avverbi lo scrittore ci dice che ha paura di non essere abbastanza chiaro, di non trasmettere nel modo migliore il concetto o l’immagine”.

Es. Chiuse la porta saldamente. Se il testo è costruito bene saldamente è superfluo.

Gli avverbi “impoveriscono, sottraggono energie, spostano l’attenzione sulla loro ovvietà. […] L’avverbio raramente è funzionale. Quando lo è, diventa indispensabile. Altrimenti distrae, svuota, intensifica solo in apparenza”.[…]

***

Interessante leggere questi piccoli accorgimenti di grandi scrittori. È incoraggiante anche sapere che lo stesso Hemingway considerava la prima bozza “una merda”, vuol dire che non solo la sola a pensare che la scrittura è fatta di cuore ma soprattutto di testa e che la revisione è praticamente una riscrittura della prima versione.
Lo vedo nei miei post. Li scrivo sempre in brutta copia, rileggo, taglio, copio, incollo e spesso li riscrivo. Ecco perché per me si tratta di un vero impegno, perché non sono frutto di una trovata estemporanea – o meglio – l’idea si, ma non la stesura. Una parentesi di scrittura dal lavoro di scrittura.
Sollievo, mi sento meno incapace.

Le annotazioni su aggettivi e avverbi, invece, mi mettono in crisi perché – come tutti i pivelli – ho l’abitudine di condire troppo i testi che scrivo per paura di non essere abbastanza chiara o incisiva. Credo che sia in parte questione di esperienza.
Stranamente gli autori (non faccio riferimento a me in questo caso perché non sono un’autrice) hanno uno stile ricco e ampolloso agli inizi della loro carriera per perdere progressivamente gran parte delle ridondanze man mano che il tempo passa. Deve essere il continuo esercizio, la rilettura, le smorfie dei capi quando leggono i tuoi testi, l’orrore quando li rileggi tu a distanza di qualche tempo.
A me è capitato, ad esempio.
Mi rendo conto che lo stile sta cambiando, le parole si fanno più sottili e precise, chiamano a raccolta quei sinonimi lontani che non mi venivano mai in mente quando servivano.
I periodi lunghissimi hanno lasciato il posto a frasi brevissime, entrambe da togliere il respiro. Le prime non potevi leggerle perché non avevi abbastanza fiato per arrivare in fondo, le seconde perché erano una raffica di proiettili che non ti davano il tempo di capire cosa stava accadendo. Poi sono arrivate le congiunzioni, non troppe mi raccomando… quel tanto che basta per fare una vasca respirando ogni tre bracciate (chi nuota può capire).
È bello scrivere, è bello vedere il proprio stile crescere insieme a te perché quando tu cresci mentre lo stile resta quello di un liceale prima o poi ti sentirai un vecchio frustrato modello Padri della Chiesa o Federico Moccia.
Ho divagato un po’ ma non importa. È quasi ferragosto, tutti sono al mare, questo post lo leggerò solo io e tra una settimana tutto tornerà nella normalità.

Better software 2010

Sono stata al Better Software, seconda edizione di una conferenza su project management e sviluppo agile organizzata dai ragazzi di Develer.

Interessante, un po’ sacrificata negli spazi, ma ottima occasione di confronto e riallinemento con il “rumore” che c’è in giro.

Meglio rispetto allo scorso anno anche perché io stessa sono arrivata più consapevole e soprattutto non mi sono spaventata dei paroloni che girano in queste occasioni.

La percentuale di donne era vergognosa (come lo scorso anno del resto) e le relatrici solo due. Questo non è certo da imputare agli organizzatori… eppure so per certo che ci sono tante donne che si occupano di tecnologia e nuovi media, di programmazione, di sviluppo, di progettazione… un mistero.

Quindi tutto bello, bla bla bla, interessante bla bla (non sto scherzardo) ma devo sollevare un grosso problema che mi sta a cuore: questa gente deve imparare a parlare.

Capisco che è una conferenza di settore in cui è giusto usare il gergo informatico ma questo non deve esimere nessuno dal parlare in modo corretto.

Embeddare, twittare, purchaire (quest’ultimo l’ho sentito con le mie orecchie!) e chi più ne ha più ne metta. Uno dei talk mi ha così innervosita che non sono riuscita a seguirne il contenuto tanto mi urtava lo slang del relatore. Slang che non aggiungeva nulla alla presentazione, tengo a precisare.

Ci sono delle espressioni che non si possono sentire. Non voglio salire in cattedra e fare la maestrina, io stessa uso spesso inglesismi e tecnicismi ma deve esserci un limite.

Perché quando il limite viene superato si trasforma in fastidio, in superbia e snobbismo.

Perchè come diceva Nanni Moretti “Le parole sono importanti, cavolo!”

Cose inestimabili

Riuscire a fare la virata al corso di nuoto e capire finalmente la logica perversa che c’è dietro i livelli di Gimp non ha prezzo. Come quella volta, alle medie, in cui sono riuscita a capire le regole del solfeggio. Ho rimosso tutto, ma riesco ad assoporare ancora la sensazione di goduria. Quando ci vuole, ci vuole.