I dubbi della scrittura

Si racconta che Indro Montanelli dicesse sempre ai redattori del suo giornale: “se un lettore non capisce di che parla un articolo vuol dire che è scritto male”.
Come dargli torto? La scrittura piana e chiara è un dono per alcuni, una faticosa conquista per altri.
Invidio quelli che hanno sempre la parola giusta nella penna, quelli che fanno poca fatica a scrivere di qualsiasi argomento, che non si fanno spaventare da un argomento complesso o poco conosciuto, che sono veloci e centrano l’obiettivo alla prima. Io non sono tra questi, purtroppo. Ho una sintassi arzigogolata che rispecchia il disordine che c’è nella mia testa: tante idee che vogliono uscire tutte nello stesso momento creando l’effetto imbuto. Ho bisogno di rivedere quello che faccio tante volte, soprattutto ho bisogno che qualcuno lo rilegga e mi dica che va bene.
Eppure chi scrive per lavoro deve avere una caratteristica fondamentale: la velocità. Nei flussi lavorativi non c’è sempre tempo per la ricerca dell’ispirazione, per le bozze e le mille revisioni. Come si fa ad acquisire quella spigliatezza che ti rende autonoma nel lavoro? Che ti rende sicura? Che ti fa rispettare le tempistiche e ti lascia la tranquillità di aver lavorato bene? Difficile da dire.
Il tempo? Non è sempre vero.
L’esercizio? Forse, ma non basta.
La lettura? Lo dicono tutti i professori ma ho sempre avuto il dubbio che fosse solo un modo per costringerci a leggere i classici più pallosi.
Allora cosa? Un mix di tutto quello che abbiamo detto prima ma soprattutto la cognizione di quello che si sta facendo.
Ho capito che quello che è chiaro in testa scivola più facilmente dalla mano al foglio o allo schermo.
La chiarezza e l’ordine dell’ingegnere, le parole dell’avvocato, la fantasia dell’artista, la grammatica del professore di lettere. Ecco cosa deve avere chi vuole scrivere bene. Decisamente un lavoraccio.

Zeitgeist

Al Guardian non solo sono bravi giornalisti, ma badano molto anche all’architettura dell’informazione dei numerosi contenuti che un magazine di quel genere deve contenere.
L’home page, infatti, è piena di box e riquadri ma non riempie l’occhio di contenuti apparentemente tutti uguali, al contrario risulta ben equilibrata e ariosa.
Ogni tanto ci faccio un giro trovando sempre qualche novità più o meno attraente. Ieri ho scoperto una nuova etichetta che corrisponde ad un nuovo filtro: Zeitgeist. É scritta così, in tedesco e proprio per questo motivo ha attirato la mia attenzioni.
Zeitgeist vuol dire “spirito del tempo” e, in perfetto stile germanico sintetizza perfettamente quello che in italiano avrebbe bisogno di perifrasi, metafore e dispendiose spiegazioni.

etichetta zeitgeist
Insomma lo Zeitgeist è più o meno il trend di un argomento in quel momento preciso e cambia seguendo il vento delle notizie.
A metà tra il concreto e oggettivo “Più letti” e il volitivo tag emozionale, è una sorta di fotografia istantanea del momento storico: una sintesi delle notizie più importanti, più cercate, più recenti di cui i lettori vogliono essere aggiornati per non cadere dal pero durante una qualsiasi conversazione.
Insomma una parola che contiene un tornado di significati, come durante una gioranta dal clima variabile: potrebbe piovere, far caldo, essere nuvoloso tutto insieme.
Come volevasi dimostrare, in italiano ci sono volute perifrasi, metafore e dispendiose speigazioni.

Better software 2010

Sono stata al Better Software, seconda edizione di una conferenza su project management e sviluppo agile organizzata dai ragazzi di Develer.

Interessante, un po’ sacrificata negli spazi, ma ottima occasione di confronto e riallinemento con il “rumore” che c’è in giro.

Meglio rispetto allo scorso anno anche perché io stessa sono arrivata più consapevole e soprattutto non mi sono spaventata dei paroloni che girano in queste occasioni.

La percentuale di donne era vergognosa (come lo scorso anno del resto) e le relatrici solo due. Questo non è certo da imputare agli organizzatori… eppure so per certo che ci sono tante donne che si occupano di tecnologia e nuovi media, di programmazione, di sviluppo, di progettazione… un mistero.

Quindi tutto bello, bla bla bla, interessante bla bla (non sto scherzardo) ma devo sollevare un grosso problema che mi sta a cuore: questa gente deve imparare a parlare.

Capisco che è una conferenza di settore in cui è giusto usare il gergo informatico ma questo non deve esimere nessuno dal parlare in modo corretto.

Embeddare, twittare, purchaire (quest’ultimo l’ho sentito con le mie orecchie!) e chi più ne ha più ne metta. Uno dei talk mi ha così innervosita che non sono riuscita a seguirne il contenuto tanto mi urtava lo slang del relatore. Slang che non aggiungeva nulla alla presentazione, tengo a precisare.

Ci sono delle espressioni che non si possono sentire. Non voglio salire in cattedra e fare la maestrina, io stessa uso spesso inglesismi e tecnicismi ma deve esserci un limite.

Perché quando il limite viene superato si trasforma in fastidio, in superbia e snobbismo.

Perchè come diceva Nanni Moretti “Le parole sono importanti, cavolo!”

Un nuovo attrezzo

Non mi capita spesso di occuparmi di bandi di gara, presa come sono nella produzione, invece nelle ultime settimane me ne sono capitati due a ruota.
Di solito quando il bando arriva a me è stato già alleggerito della parte teorica (la stesura del progetto) ed io devo occuparmi “solo” dell’idea su wireframe.
Questa volta, invece, oltre ai wireframe ho scritto tre paragrafi dell’indice generale.
Da un lato è stata una bella esperienza perché nuova, e a me le novità mi piacciono sempre (o quasi), dall’altro ho capito tante cose che prima avevo solo percepito.
Il mio lavoro era limitato alla progettazione dei contenuti multimediali di un percorso di valorizzazione turistica dell’Italia all’estero. Molto carino.
Mi sono armata di foglio, matita e cuffie e ho cominciato a pensare. La pista era in parte tracciata perché sapevo già che dovevano esserci venti video: dieci di contenuto turistico, altrettanti enogastronomici.
Mi è capitato, a volte, di leggere delle offerte tecniche: una noia mortale. Incomprensibili, pieni di tecnicismi e parole inglesi, ripetono continuamente lo stesso concetto con il bieco obiettivo di allungare il brodo. A quale scopo? Forse pensano che chi giudica sceglie in base al grado di incomprensione (spero), o guarda solo il ribasso economico (più probabile).
Anche se fosse vero che guardano solo i prezzi, perchè non è possibile tradurre in qualcosa di comprensibile un lavoro che va comunque fatto?
La mia proverbiale ingenuità e la voglia che ancora ho di cambiare il mondo mi ha suggerito di approfittare della situazione e di imparare qualcosa.
Ho scelto la strada meno scontata per dare un senso alla promozione turistica dell’Italia (no pizza, mandolino, spaghetti per interderci) e ho cominciato a scrivere. L’ho fatto con il mio stile perché altri non mi riescono.
Io lavoro di immagini. Penso, concretizzo e descrivo. A volte il risultato è decente, altre volte eccessivo.
La giusta misura? Spesso è stato difficile trovarla. A posteriori mi sono accorta che alcune espressioni erano strabordanti e fuori luogo – si trattava pur sempre una Offerta Tecnica e non di un libero sfogo della fantasia.
Altre volte le espressioni colorate vestivano perfettamente l’idea che avevo in mente.
Ad esempio: “Borghi e piccoli centri, cosa c’è all’opposto? La roboante grande città, la vertigine da novità. È il frastuono delle idee che girano vorticose nel distretto del design Made in Italy. Stiamo parlando di Milano – capitale della moda italiana – centro fieristico internazionale, futura sede della grande Expo del 2015, luogo in cui si radunano i grandi industriali italiani per discutere le nuove strategie di mercato.” è anche carino e racconta una città frenetica come Milano ma “L’Italia è tutto questo e molto di più: l’immagine che vogliamo esportare concilia tradizione e modernità: il Bel Paese si sveglia e mette i panni di una bella ragazza emancipata ma con la faccia pulita.” è decisamente troppo per il contesto un po’ ingessato di un progetto di gara.
Alla fine ne è venuto fuori un testo decente, ma la revisione è stata serrata. Un paziente lavoro da cesellatore che non potevo fare da sola.
Ho capito una cosa: le ali servono per volare alto ma la vera bravura (quella che si raggiunge con gli anni e con l’esperienza) consiste nel saper dosare la forza al momento opportuno.
Nel mio piccolo continuerò la mia personale battaglia di stile nei testi aziendali, ma da oggi in poi con la valigia degli attrezzi un po’ più pesante.

Nozio: la comunicazione che funziona

Abbiamo una grande passione per il viaggio.

Desideriamo coltivarla nel rispetto della destinazione che ci ospita. Crediamo in un modo di viaggiare etico, autentico e intelligente che si fonda sul rapporto diretto tra chi viaggia e chi accoglie.

Garantiamo al territorio tutte le risorse necessarie per il suo sviluppo, senza disperderle in commissioni a beneficio di pochi intermediari che gestiscono i flussi turistici di tutto il mondo.

Chi condivide questi valori ha lo stesso DNA di Nozio.

E’ il viaggiatore che rispetta la destinazione turistica e prenota dai siti ufficiali.

E’ l’ albergatore che sa accogliere e tutelare il suo territorio.

In una parola è la disintermediazione.

Ho trovato questo testo dove non me lo aspettavo: nel sito web di Nozio, motore di ricerca per prenotazioni turistiche on line. Frasi brevi ma misurate, tutte di lunghezza diversa, ma che tra loro creano un equilibrio perfetto.
Una mesta colonnina a sinistra della pagina con grassetti apparentemente a casaccio; un insieme di tag cloud che in realtà è la presentazione del sito e la filosofia dell’azienda mentre il “core” resta la prenotazione, non a caso al centro.
Poche parole che vanno subito al dunque.
Subito nell’incipit: passione e viaggio, questi che fanno? Senza stupide mission spiegano che non si tratta di un semplice lavoro per fare soldi, ma di un sogno che ha radici lontane.
Seconda frase: viaggiare etico, autentico e intelligente, a chi si rivolgono? non ai turisti mordi e fuggi (i tipi da pacchetto tutta l’Italia in cinque giorni), ma a chi è attento e rispetta i posti che visita e vuole conoscerli davvero.
Terza frase: territorio e sviluppo, come lavorano? Ecco la filosofia dell’azienda, l’attenzione allo sviluppo anche economico dei territori che promuovono.
In chiusura: valori, viaggiatore, albergatore, chi deve sentirsi tirato in causa? Chi condivide questi valori: il viaggiatore (da notare che non si parla di turista) ovvero chi fa del viaggio un’esperienza profonda di vita, l’albergatore che con loro fa una scelta a lungo termine i cui risultati non saranno immediati ma si godranno nel lungo termine.
Ultima frase: disintermediazione: nessun intermediario tra il viaggiatore e l’albergatore.

Io utente medio ormai sono stata completamente conquistata da loro, sono bastate quattro frasi e qualche grassetto.

La comunicazione efficace ha vinto, chi ha scritto questo testo per Nozio è stato davvero bravo a farmi credere che questo non è un sito intermediario mentre questo lo è. 😉