Flussi di tweet

È arrivato il momento anche per me di fare una piccola riflessione su Twitter. Lo sto usando da un po’ ormai (uno dei motivi per cui il blog langue) e credo di essere pronta a dire la mia.
Sono d’accordo con chi scrive che i Social Media Expert non servono a niente. Ecco l’ho detto.
Twitter non è male quando riesci ad intercettare degli spunti interessanti nel flusso di notizie infinito che c’è, ma il problema più grosso è che lo trovo superficiale. Impossibile approfondire tutto (uno dovrebbe fare solo quello nella giornata), impossibile approfondire perché spesso si tratta di retweets di altri che a loro volta non hanno inventato niente di nuovo. Per non parlare di chi scrive tweet ogni due secondi per annunciare al mondo che ha preso il caffè, aperto il giornale, o solo che è arrivato a casa (cancellati tutti dalla mia lista di followers).
Non voglio essere catastrofista e antiquata, attraverso Twitter ho trovato tanti spunti utili, link, notizie interessanti, ma ho capito che bisogna starci molto attenti. Apro twitter ogni tanto durante la giornata e cerco nuove idee, link, news.
Soprattutto cerco contenuti, sostanza, parole da divorare, articoli da spremere, post da succhiare fino all’ultima goccia, insomma ogni volta che lo apro mi aspetto nuove idee in concentrato e conoscenza in pillole, ma spesso mi rendo conto che riesco a berne solo poche gocce.
Come quando sei davanti ad una fontana da cui esce acqua a forte pressione: nonostante tutto non riesci a bere quasi niente e ti prendono i nervi, ma basta avere un bicchiere che la musica cambia decisamente, prendi quello che serve a dissetarti e il resto non ti scoccia che scorra. Così mi sembra il flusso di twitter: devi prendere quello che ti serve e approfondire solo quello. Quello che sembra perso, in realtà ti fa guadagnare tempo per uscire un po’ fuori all’aria aperta.

Outing grammaticale

Ci sono delle cose che non si capiscono fino a quando non arriva uno sconosciuto che te le dice in faccia senza filtri.
Ci ho messo molto tempo (non dico quanti anni per carineria; anzi lo dico: almeno 20 anni) per capire che sono una neo-crusc. Quasi della peggiore specie.
Chi sono i neo-crusc? I cosiddetti bacchettoni della grammatica.
Quelli che si indignano se una regola appresa alle elementari viene infranta dalla lingua moderna, quelli che pensano di avere tutte le risposte, quelli che si considerano puristi e, per questo motivo, mettono sempre la virgola prima del MA, quelli che pensano solo in maniera lineare e non sono stati mai capaci di risolvere un problema inverso, quelli che rabbrividiscono a pensare ad una frase che comincia con la E congiunzione.
Insomma, me stessa prima di leggere Val più la pratica.

I like Monna Lisa

Uno degli interventi più interessanti dell’intero Summit è stato quello di Marco Mason dal titolo “User experience e progetto di sistemi mobile per i musei”.
Qualche tempo fa mi sono occupata anche io di ricerca di sistemi mobile nell’ambito museale e ho trovato ben dettagliato lo studio di Mason.
La sua proposta è stata di costruire dei percorsi all’interno dell’opera (video correlati, immagini aggiuntive ad esempio), una sorta di stratificazione dell’approfondimento che il visitatore può scegliere a seconda del suo livello di interesse.
Un motore propositivo intelligente in grado di capire cosa vuole il visitatore e dargli delle indicazioni (della serie “forse ti può interessare anche questo…“), un sistema di tracciamento della posizione del visitatore rispetto ad altre opere (tipo “altre opere simili nelle vicinanze…“).
So che è questo il futuro, che presto metteremo un “like” alla Gioconda ma l’idea mi lascia non pochi pensieri.
Giro a voi le domande che mi ronzano per la testa continuamente: non credete che in questo modo ci sia il reale rischio di spostare l’attenzione dall’opera d’arte al corredo tecnologico? Di ridurre le sensazioni e la tempesta che la vista di un’opera può provocare ad un “like”?

Di ecosistemi e universi liquidi

Tra una cosa e l’altra non scrivo da più di un mese sul blog. Sono mortificata e amareggiata con me stessa soprattutto perché è stato un periodo ricco di spunti che voglio condividere con tutti.
Ho progettato con altri colleghi una app per iPhone e sono stata all’IA Summit a Milano. Mille spunti diversi, ognuno a suo modo interessante.

A Milano sono venuti fuori con una certa ricorrenza due concetti: ecosistema e universo liquido.
Ecosistema vuol dire contesto, ovvero l’insieme delle relazioni che dà significato ad un’informazione. Il contesto, quindi, è come un angolo di prospettiva, capace di dare un senso all’infinitamente lontano e al dettaglio più piccolo.
Il contesto determina il limen attorno un concetto, un universo liquido che si disgrega nel web per adattarsi alla storia che stiamo raccontando.
Chi si occupa di tirare le fila del discorso, di rendere significante anche un quadro astratto, di plasmare una forma secondo un concetto di affordance?
Ovvio l’architetto dell’informazione. Colui che costruisce e progetta l’ecosistema, che pensa il confine attorno alla storia che sta raccontando, che stabisce connessioni con altri ecosistemi.
Come stabilisce le regole e i limiti dell’ecosistema?
Attraverso i tag e le tassonomie, il modo più semplice per descrivere una storia e nello stesso tempo creare una rete di relazioni a grappolo.
Di cosa sono fatti questi legami?
Di link, naturellement.

Ricominciamo dal principio

Qualche giorno fa ho riletto e ripulito il primo capitolo di una tesi di giurisprudenza, ovviamente non ho lavorato sui contenuti ma solo sulla forma per rendere più chiara e comprensibile una disciplina solitamente ostica.
Ci è voluto un po’, vuoi per la materia che vanta uno storico linguaggio da tecnicismi vuoi perché la maggior parte della gente che frequenta l’università non ha molta pratica con la scrittura.
Allora mi sono chiesta se non fosse il caso di fare un passo indietro, rallentare l’andatura e ricominciare dalle basi.
Gli errori più frequenti che ho trovato sono stati di sintassi, quindi farei una scaletta di ciò che secondo me chi comincia a scrivere deve tenere ben presente:

  • evitare frasi troppo lunghe (ho trovato periodi di quasi mezza pagina) piene di incisi, di parentesi, di concetti messi uno dentro l’altro che come potete vedere crea un fastidioso senso di affanno, ridondanza e fa perdere il filo del discorso lasciando all’uso del gerundio, tempo verbale che tanto chiaro non è, di chiarire di cosa stiamo parlando; anche se a questo punto la domanda sorge spontanea: di che stiamo parlando?
  • Io, persona estranea agli argomenti, eviterei di staccare il soggetto dal suo verbo perché come potete notare crea un effetto suspance del tutto fuori luogo;
  • per finire, secondo voi i cd. acr. e le varie sigle mute NLS, NUMNG, NNSCD aggiungono INFO o mi fanno pensare che forse non sai neanche tu di cosa stai parlando?

Scrivere per la mente e scrivere per gli occhi

Sono convinta che il processo di scrittura può procedere in due modi: per aggiunte o per sottrazioni. C’è chi è di natura prolisso e chi più sintetico, chi scrive e poi toglie, chi aggiunge per completare. Molto dipende dal tipo di documento che si vuole realizzare: un articolo di giornale, un racconto, un post, una canzone, una relazione tecnica, e così via.
Nella prima stesura di un testo mi capita spesso di aggiungere concetti e puntualizzarne altri, ma devo lavorare di fino per quanto riguarda il lessico: ripeto sempre troppi aggettivi e congiunzioni che non aggiungono nulla al contesto e di cui mi accorgo solo alla fine. Mentre scrivo di getto sento il bisogno di mettere tanta colla alle idee, sottolinearle con la matita, con la penna, con l’evidenziatore; solo dopo mi rendo conto che bastava un punto e a capo per attirare l’attenzione.
Il lavoro che faccio è prima di rimpolpo poi di limatura spietata: aggiungo un concetto poi lo riscrivo riducendolo a poche parole.
Qualche giorno fa ho visto l’intervista a Saviano pubblicata con l’inserto “Io scrivo” del Corriere.
Più di tutto ho apprezzato il passaggio in cui ha raccontato la differenza che ha trovato tra scrivere il libro Gomorra e riadattarlo per la versione cinematografica.
Nella sceneggiatura il racconto si fa per immagini, è più asciutto e privo di tutti i particolari che invece hanno senso nel romanzo. L’eccesso di dettagli enfatizza inutilmente la scena e la rende falsa, artificiosa, retorica. Perchè in un libro il lettore usa solo l’immaginazione e con quella costruisce gli ambienti, dà un corpo ai personaggi, immagina le relazioni mentre in un film i personaggi hanno un volto, i dialoghi una voce, le relazioni sono palesate dai gesti e dagli sguardi.
In quel caso il suo lavoro non è stato di fino ma proprio di taglio: scene, ambienti, dialoghi, oggetti che avrebbero reso poco naturale lo snodo del racconto con la macchina da presa.
Trovo affascinante scoprire il dietro le quinte della scrittura: romanzo e sceneggiatura, stessa matrice sviluppo diverso.
Discorso simile vale per i testi delle canzoni. Ogni parola ha un peso enorme perché in pochi minuti deve raccontare, descrivere, emozionare, sposarsi con il ritmo. Impegno non da poco.
Volevo chiudere con una frase tratta da “Il sogno di Maria” di Faber, l’ho ascoltata più volte ma non sono stata in grado di scegliere. Ascoltatela tutta.

Gioventù ribelle

È di qualche giorno fa la notizia che il Ministero della Gioventù ha sponsorizzato un videogioco sul Risorgimento dal cinematografico titolo “Gioventù ribelle”.
Si tratta di un videogioco che vuole raccontare la nascita dell’unità d’Italia attraverso il linguaggio dei giovani. L’idea mi ha stuzzicata.
Su youtube ho cercato il trailer e l’ho trovato poco interessante. Premetto che ho smesso con i videogiochi dopo aver visto come mi aveva trasformata Tomb rider: una pazza reclusa che sognava di uccidere chiunque come Lara Croft e si svegliava con l’idea di continuare la partita sospesa qualche ora prima.
Ad ogni modo il gioco mi pare piuttosto mediocre: un banale game di guerra con una grafica scadente e un’idea di fondo poco chiara. Fin qui niente di strano. Un gioco come tanti.
Quello che mi lascia pensierosa è che il progetto sia stato pubblicizzato e difeso a spada tratta dal nostro Ministero per la gioventù come un prodotto educativo che parla ai ragazzi. Da più parti si sono levate critiche al Ministro Meloni e al responsabile del progetto, ma nessuno ha realmente risposto alle critiche: perché un killer game – ovvero una soggettiva “ammazza tutti” – e non un gioco di strategia? È questo l’unico modo per parlare ai ragazzi? Non credo proprio.
Certo il Risorgimento non è stato un affare divertente, è stata realmente una guerra corpo a corpo, ma mi chiedo se fosse proprio necessario scegliere quel punto di vista.
Siamo al punto che la violenza è considerata educativa o sono io la bacchettona trentenne? Dallo sguardo di Napolitano alla presentazione del gioco direi che lui la pensa come me.

Per approfondire:

Articolo su Corriere.it
Lettera del Ministero