Pensieri in libertà

Svegliarsi
chiudere gli occhi
respirare
sfregarsi le mani
un piede fuori

fare
fare
fare

respirare

metti
togli
metti di nuovo
fuori
dentro
chiudi
apri

devo…
no
vorrei…
no
dopo?
chissà

pensa
si
ma… no
scrivi
si
ma… no
apri
chiudi
apri
apri
apri
pensa
si
ma… forse
riscrivi
si ma… ancora no

chiudi
salva
salva
salva

fare
fare
fare

silenzio
chiudere gli occhi
respirare
ascoltare
pensare
respirare ancora
piano
piano
piano

una giornata qualsiasi.

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La dura legge del writer

Ogni tanto mi viene in mente che la vita dei contenutisti o writer (più figo, no?) è proprio curiosa.
Ti impegni come gli altri durante il tuo percorso di studi ma quando finisci è come se tu non avessi fatto niente. Scuole superiori, laurea, master cancellati in un battito di ciglia.
Allora ricominci con tutta l’umiltà del mondo (come fanno anche gli altri del resto), studi, impari dagli altri, fai la gavetta per qualche anno, scrivi, leggi, scrivi ancora, ti informi, ti sforzi il triplo degli altri per capire cos’è la cache e come si svuota, per imparare l’html, i tag, i div, i css e non guardare sempre con gli occhi stralunati i tecnici e i grafici che ti parlano nella loro lingua.
Non basta perché non hai ancora cominciato a fare il tuo lavoro: devi progettare un’applicazione quindi studiare l’architettura dei contenuti in una forma sempre nuova, su supporti sempre diversi o con caratteristiche che cambiano come lo scorrere dell’acqua. Non è finita perchè devi riguardare i testi o scriverli (meno male che ogni tanto c’è anche questo), realizzare il wireframe e rispondere alle domande degli altri che vogliono tutto malettamente subito e non ammettono ripensamenti o incertezze. Inutile dire che per fare questo devi ancora studiare, leggere, pensare, guardare oltre lo schermo, scrivere regolarmente.
Voi direte: -Che vuoi farci? È così per tutti! Ciascuno deve impegnarsi molto per fare al meglio il proprio lavoro!-
-Giustissimo – dico io – Sono d’accordo. –
Il problema sta nel fatto che alla fine di tutto ho la percezione che nessuno apprezza veramente questo lavoro. Se hai progettato un’applicazione figa, il merito va al grafico che l’ha rivestita o al tecnico che le ha dato i movimenti. E tu? Resti al tuo posto, perché dopotutto il tuo contributo non è stato così fondamentale come credi.
Il grafico è l’esperto di design, il tecnico è “l’ingegnere” e non si tocca e tu? Sei lo sfigato che all’università ha studiato storia dell’arte (argomento del quale gli altri non hanno bisogno di sapere niente) ed ora deve buttarsi nella mischia e cercare di non farsi troppo male.
La verità è che ormai i testi non li legge più nessuno. Quindi se lavori ad una brochure i meriti sono solo del grafico, se pensi ad una applicazione multimediale o ad un sito web la bravura è del web designer in collaborazione con il tecnico di turno.
Poca visibilità in ogni caso.
Sapete che vi dico? Chi se ne frega. Io chiudo il blog per qualche giorno e vado a Londra a vedere il British museum. E il museo di storia naturale. E la National gallery. E la Tate gallery. E il Victoria and Albert Museum.
Alla faccia di chi pensa che l’opinione dei contenutisti sia superflua. Io, zitta zitta, ingrasso i neuroni.

La nuova editoria (quasi)digitale

Sabato mattina il Direttore del Corriere della Sera ha scritto una lettera ai suoi giornalisti. In parole semplici ha chiesto che venisse abbattuto il muro del pregiudizio nei confronti delle edizioni web e multimediali (mobile e tablet).
Non conosco nel dettaglio la situazione contrattuale dei giornalisti professionisti, ma so che le edizioni web e multimediali sono molto indietro. Già altre volte avevo accusato queste grosse testate quotidiane di trascuratezza: errori di battitura, di grammatica, di mancata revisione. È chiaro che a queste edizioni viene dedicata una cura minore, evidentemente i continui aggiornamenti non giovano alla revisione ortografica e d’insieme.
Altro tasto dolente sono le edizioni per iPad a pagamento.
Ho scaricato quella di Repubblica e sono rimasta senza parole: è la stessa edizione on line in formato pdf. Lontana anni luce dall’edizione americana di Wired per iPad che ho pagato 2.99 euro. Anche in questo caso non sono stata completamente soddisfatta ma almeno è chiaro lo sforzo di riprogettazione del layout e dei contenuti.
– Gli editori italiani non hanno capito niente dell’iPad, vogliono solo fare soldi senza investire in progettazione nè user experience – ho pensato subito.
Invece forse non è solo così, forse nelle redazioni piene di vecchi giornalisti stile Montanelli (niente contro l’impareggiabile Indro, mi riferisco al vecchio metodo della macchina da scrivere) nessuno ha voglia di mettersi in discussione con le novità nè di lasciare un po’ del proprio potere ai giovani. Eppure sono proprio i giovani quelli a cui i giornali devono rivolgersi, e per farlo devono investire nelle nuove forme di comunicazione digitale.
Da qualche tempo è nato un vivace dibattito intorno alle nuove forme di editoria digitale (ebook-tablet-mobile) a cui non mi pare che gli editori italiani stiano partecipando, ancora legati ad una visione che relega le nuove versioni a surrogati della carta stampata. Grande errore perchè solo chi capirà per primo che il futuro sta prendendo una piega diversa, avrà la meglio sugli altri.