Audioguide al Turistarth

Giovedi scorso sono stata a Milano al convegno Turistarth di cui avevo parlato tempo fa. La giornata è stata interessante, in più ho avuto modo di vedere il duomo che è davvero favoloso. Devo dire che questo è un periodo particolarmente ricco di stimoli artistici e ne sono proprio contenta. Sento che il mio cervello immagazzina tutto (spero che metta tutto in ordine e che mi permetta di ritrovare quello che cerco al momento giusto).

Avrei tante cose da dire ma ho deciso di suddividere i link in aree tematiche e riportarli in post differenti per facilitare la comprensione.

  • I-muse: è un’azienda giovane di Como, fanno audioguide museali su palmari e da scaricare direttamente sul proprio cellulare con dispositivi bluetooth, sono molto attenti alla questione accessibilità infatti hanno previsto accorgimenti per ipovedenti e mancini. ora stanno collaborando con l’unione italiana ciechi per conto del museo della seta di Como
  • Econoetica: anche qui parliamo di giovani, di audioguide ma questa volta territoriali. La particolarità di questa azienda è che usa solo mappe proprietarie quindi non ha bisogno di passare per Google maps, il che non è poco. Una curiosa coincidenza mi ha fatto scoprire che tra i loro clienti c’è anche una società turistica di Matera (la mia città mi sorprende sempre di più ;)) ed il museo del Castello di Canossa del quale è on line una demo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa dalle chiacchierate che ho fatto con i rappresentanti delle due aziende. Il fermento c’è, le idee anche. In questi casi mi viene da mandare a quel paese tutti quelli che parlano di crisi e che tentano in tutti i modi di mantenere sottotono il morale della gente e in particolare dei giovani.

È vero è un periodo di crisi, ma sinceramente non avrei mai immaginato di poter ricevere tanti stimoli come in questo anno.

Writer’s cafè o…

Nel mio girovagare in rete in cerca di risposte a domande che non so formulare ho fatto una scoperta che mi ha lasciata a bocca aperta per qualche minuto: esiste un software per scrivere romanzi!

Mi sembra di vedere le espressioni di sconcerto dei miei venti lettori. E vi dirò di più, in pochi minuti ne ho scovati due. Si tratta di Writer’s cafè e di Scrivener due software in grado di aiutarti a scrivere un romanzo.

Tu scegli i nomi dei personaggi e cominci a pensare all’intreccio, il programma ti aiuta a prendere appunti, a scrivere, crea uno storico delle modifiche che hai apportato e ti permette di tornare ad una versione precedente in qualsiasi momento.

Una time-line ti mostra con un colpo d’occhio fabula e intreccio, in questo modo puoi decidere che impronta dare alla narrazione, spostare scene e azioni con un semplice taglia e incolla, fare ricerche per Tag, costruire i profili dei personaggi.

Tra i commenti ho notato che alcuni ritengono indispensabili strumenti di questo tipo mentre altri preferiscono metodi più “tradizionali” (carta per gli appunti, editor per la stesura vera e propria o addirittura penna dalla A alla Z).

Sinceramente io non saprei. Non scrivo romanzi quindi un programma così complesso sarebbe uno spreco totale nelle mie mani anche se ho scaricato la versione di prova, inoltre credo mi terrorizzi l’idea di non usare più la penna per scrivere.

Certo se ora questi miei pensieri non li fermassi con una tastiera probabilmente volerebbero via o resterebbero a mio esclusivo uso e consumo, ma nonostante la dipendenza da web credo che la mia generazione abbia ancora bisogno della carta.

Prima di tutto la penna: chi la preferisce blu, chi nera, chi va a periodi (come me), punta sottile o grossa, morbida o più rigida; poi la carta… fogli sparsi o quaderno o bloc notes, righe o quadretti, liscio no… mi prende l’ansia da foglio immacolato e poi non vado dritta, infine scrivere con calma, con ordine, pagine e pagine come un vero amanuense, cancellare e riscrivere, strappare fogli e ricopiare.

Come potrei rinunciare a tutto questo?

Pensando ai software che creano l’intreccio sinottico mi è venuto in mente un aneddoto su Alessandro Manzoni che ho letto su qualche libro di letteratura italiana. Si dice che ogni mattina sedesse alla sua scrivania, prendesse dal suo cassetto dei pupi di pezza e cominciasse a farli muovere ricreando le scene che stava scrivendo e immaginando così le parole e i gesti di Renzo, Lucia e company.

Sarà perchè degli esami più impegnativi ti restano sempre le cose più importanti (gossip e curiosità) ma questa scena me la sono immaginata migliaia di volte.

Nella mia mente il buon Alessandro vestito di tutto punto con la sua aristocratica nonchalance (impressione che danno i ritratti sui libri) siede al suo tavolo di legno massiccio con le zampe a forma di leone (io lo immagino così), apre il cassetto e comincia a muovere questi pupi inventando storie come facevamo da bambine io e mia sorella con Barbie. Meraviglioso. L’unica differenza è che noi organizzavamo migliaia di feste per quella svampita di Barbie ballerina e lui ha scritto I promessi sposi. E scusate se è poco.

Se il mio beniamino avesse usato writer’s cafè siamo sicuri che avrebbe ottenuto lo stesso risultato? Per me no.

Il futuro del multitouch

Questa mattina ho trovato su Friendsfeed un video illuminante che mostra il futuro del multitouch spiegato da due user designers di Adobe: Julie Meridian (Senior Experience Designer) e Tim Kukulski (Senior Computer Scientist).
L’intervista è facile da seguire, il linguaggio comprensibile, le immagini un valido supporto.
Mentre lo guardavo ho pensato: finalmente la tecnologia si sta avvicinando alla mia idea di funzionamento delle interfacce web.
Ricordo che i miei primi approcci con il computer (alla veneranda età di 17 anni) sono stati catastrofici proprio perchè non trovavo naturale lavorare su un piano orizzontale come è la tastiera o peggio la tavoletta del portatile e visualizzare i risultati a distanza su un piano verticale.
Anche l’uso del puntatore con il mouse mi suonava strano.
Con il tempo sono riuscita a superare il mio disagio, anche se la voglia di prendere con le mani un oggetto e posizionarlo esattamente dove voglio io e non dove decide il puntatore ancora mi prende nei momenti di massimo sconforto.
Quando stamattina ho visto il futuristico video del multitouch ho pensato: ecco, ora che sappiamo usare benino il computer in maniera innaturale dobbiamo tornare a quello che sarebbe stato il percorso più logico per l’uomo: usare le dita direttamente sullo schermo per costruire, colorare, muovere, collegare forme e oggetti.

Il futuro? Mobile

“Ormai il futuro è nel mobile” ho sentito dire ad un gruppo di colleghi qualche tempo fa. Non conoscendo a fondo l’argomento ho cercato di informarmi un po’.
In effetti ho capito che molte aziende stanno puntando verso quella direzione creando software ad hoc e studiando nuove tecnologie sempre più sofisticate. Penso alla Apple e a Google che tra Iphone e Android stanno concentrando gran parte delle loro risorse (umane e monetarie) per lo sviluppo di queste strade.
L’aspetto che interessa me è un altro però. Mi chiedo quanto verrà sconvolto il mondo del web design e della progettazione per supporti di questo tipo.
Grazie allo studio che la regione Piemonte ha portato avanti in questi anni sono riuscita a chiarirmi un po’ le idee ed ho capito che l’architettura delle informazioni dovrà fare i conti con le rigide leggi di usabilità.
Cosa vuol dire “rispettare le direttive di usabilità”?.
Tutti i siti che sono sul web devono poter essere visualizzati da chiunque: ipovedenti, non udenti e portatori di handicap in generale.
La normativa non si ferma qui. Il sito deve essere usabile ovvero deve poter essere visto anche da chi ha una computer che non supporta alcuni software, ad esempio ogni immagine deve avere una descrizione che sarà visualizzata in alternativa nel caso in cui il nostro computer non abbia nessun programma di visualizzazione e così via per video, audio, banner in flash ecc.
Torniamo agli smartphone. Se non è semplice rispondere ai requisiti di accessibilità per i siti navigati da postazioni fisse figuriamoci per quella da uno schermo di 300 px.
Partiamo dalla realtà.
Chi usa uno smartphone? Chi è in viaggio o fuori per lavoro o per diletto, comunque qualcuno che evidentemente non è in ufficio o a casa altrimenti userebbe il proprio computer.
Scopo: ottenere un’informazione in un tempo molto limitato che risponde ad una esigenza improvvisa.
Discussione.
A questo punto esistono due strade. Ottimizzare i siti già esistenti per la navigazione mobile o riprogettare tutto ex novo.
È ovvio che ottimizzare siti già esistenti vuol dire risparmiare molto sia in termini economici che di tempo ma a mio parere non è la strada giusta.
Ripensare ad una nuova architettura di sistema vuol dire cucire un vestito addosso ad una tecnologia completamente nuova. Certamente il costo è più alto ma vuol dire avere lungimiranza. Il pensiero di adattare qualcosa di vecchio mi sa di lacero, di toppa.
Chi progetta un sito per mobile penserà ad una news in primo piano e ad un sistema di ricerca ben strutturato oltre che ad una navigazione che richiama in diversi punti della pagina il menu. Per non parlare delle famose breadcrumbs che a questo punto diventano imprescindibili.
Si tratta di dare meno importanza al design (non me ne vorranno i grafici) in favore di una solida organizzazione dei contenuti che ora più che mai devono essere usabili.
Guardiamo il sito di Repubblica e confrontiamolo con quello creato ad hoc e destinato al mobile.
Le differenze sono sostanziali.

sito repubblica

Repubblica su mobile

Semplice, immediato, depurato da tutto ciò che può essere considerato superfluo (banner, menu di secondo livello, ecc.) sono queste le caratteristiche che un sito per mobile dovrebbe avere.
Voi che ne pensate, avete uno smartphone con cui navigate?

Che c’è nella lista della spesa?

vinoDa qualche tempo si parla in rete di crossmedialità, per me questo termine faceva parte di quella selva oscura di ostrogoto che trovavo ogni tre per due navigando. Piano piano lungo la mia strada sono saltati fuori pezzi nuovi del puzzle ed ho cominciato a capire qualcosa di più, anzi devo dire che l’ho trovato un concetto interessante.

Crossmedialità deriva dalla combinazione dell’inglese cross (attraverso) e media, termine che tutti noi conosciamo fin troppo bene. Mi è capitato spesso di sentirlo applicato al campo dell’architettura dell’informazione per indicare l’uso trasversale di un’applicazione digitale. Di solito pensiamo a questi concetti come a qualcosa di estremamente lontano dalla vita concreta ma voglio mettervi in crisi e dimostrarvi il contrario.

Facciamo un esempio per capirci meglio.

Scenario: un supermercato.

Obiettivo: comprare una bottiglia di vino.

Informazioni aggiuntive: non sono un appassionato enologo percui non so cosa prendere per evitare brutte figure.

Azione: vado al supermercato con un palmare in mano (prendo questo oggetto per semplicità ma è ovvio che il concetto si può estendere) in cui ho già compilato la mia lista della spesa o posso consultare la mia spesa-tipo. Il mio obiettivo è comprare una bottiglia di vino percui chiedo al palmare di indicarmi la localizzazione del reparto (georeferenziato), prendo una bottiglia in mano e con una tecnologia tipo Rfid (vedi codici a barre) leggo quello che altri consumatori hanno detto di quello stesso vino attraverso i tag: caratteristiche, provenienza, composizione e valuto se fa al caso mio oppure ne cerco un altro suggerito da una lista dei vini presenti. Possiamo pensare anche di poter consultare altri prodotti correlati (sempre grazie ai tag inseriti dai consumatori) coerenti con quel tipo di vino tipo: chi compra questo vino compra anche questo taglio di carne rossa, questo dolce ecc.

Conclusione: certamente ancora un po’ utopistico ma non vi sembra un buon esempio di convergenza e interazione tra media digitali e vita quotidiana?