Munari e FB

La generosità paga sempre, c’è poco da fare. Grazie a Aldo Tanchis possiamo scaricare gratuitamente L’arte anomala di Bruno Munari.

Chi si trovasse nei pressi di Udine il 24 febbraio può fare un salto al workshop organizzato dall’agenzia Ippogrifo da titolo “La mia azienda su Facebook?”.

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Anni ’70 tra sud e nord: l’Italia a due velocità

Sabato pomeriggio guardavo su Rai Storia un documentario sulla trasformazione della società italiana nel corso degli anni.
È stato interessante ascoltare dalla viva voce di alcuni ragazzi degli anni Settanta il loro punto di vista su società, politica, femminismo, famiglia e amore libero. Con un po’ di invidia, ho ascoltato quanta attenzione davano alle parole e al loro significato più profondo: a partire dalla famiglia fino al concetto di amore. Discorsi a cui oggi – tra clichè e stereotipi – nessuno è più abituato.
Certo è stata una caratteristica di quegli anni mettere in discussione il passato e i fondamenti della società civile tipo il matrimonio o l’amore.
Tutto aveva una valenza politica. Le tesi femministe – che oggi fanno anche un po’ sorridere – avevano un solo obiettivo: affermare la figura della donna, renderla indipendendente dall’uomo, rivendicare il diritto a scegliere come vivere.
Mi ha incuriosito molto perché proprio sabato ho finito di leggere “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia: storia di una famiglia di Grottole (paesino in provincia di Matera) che ripercorre un periodo che va dall’Ottocento sino ai giorni nostri attraverso il racconto delle sue donne.
Il confronto tra le due realtà mi ha turbata. Quello che mostrava il documentario era una visione parziale della società degli anni Settanta: la rivolta giovanile, il femminismo, il comunismo a Grottole – per dire tutta la provincia del sud Italia – non sono arrivati se non per eco.
La condizione del Meridione va letta nelle storie della gente comune e non degli eroi. Di chi pensava che le guerre mondiali non sono stati periodi peggiori di tutti gli altri, dove le ideologie sono arrivate solo di rimbalzo perché quando la pancia è vuota non c’è discorso che tenga.
È per questo motivo che non riuscivo a trovare familiari i discorsi del documentario, li sentivo lontani perché non ho mai sentito i miei nonni o i miei genitori parlare di lotte ideologiche. La lotta era avere da mangiare il giorno dopo.
Se potete leggete il libro.
Interessante anche la tecnica di scrittura, a tratti quasi un flusso di coscienza capace di creare discreti effetti di suspance per poi ritornare al narratore onniscente.
Sono passata al secondo libro della Venezia. Completamente diverso nel genere e nella narrazione, ma di questo parlerò più avanti.

Sceneggiare imparando

In questi giorni mi sono cimentata con un nuovo genere: la sceneggiatura di video.
È una forma di scrittura entusiasmante perché, anche se spesso presenta diversi vincoli, si presta molto alla creatività e all’estro personale.
Nel mio caso i vincoli erano diversi:

  • testo già scritto (da altri)
  • poche immagini (spesso solo disegni appena abbozzati)
  • nella maggior parte dei casi mancanza di sincronizzazione tra testo e immagine.

La sfida era quantomeno affascinante.
Sono partita guardando quello che avevano fatto altre colleghe prima di me, poi mi sono messa al lavoro.
Panoramica, zoom, dissolvenza, assolvenza, nuova immagine e così via.
Ad un certo punto ho capito che dovevo chiudere gli occhi e cercare di tradurre in indicazioni quello che vedevo nella mia mente leggendo il testo.
Giuro che non è affatto semplice.
C’è il rischio di bombardare chi guarda mostrando troppo: confronti, particolari, colori, ma anche di creare un senso di vuoto nelle parole che scorrono solitarie su uno sfondo fisso.
C’è il rischio che tante transizioni che hai immaginato non si possano realizzare perché l’inquadratura è troppo piccola o le immagini troppo rovinate, che il grafico non riesca a tradurre in video quello che per il momento è solo su carta.
Ho lavorato, ho guardato le immagini, letto il testo e scritto la sceneggiatura.
Il risultato non è stato dei migliori – lo ammetto – ma vedo margini di miglioramento e questo mi fa sperare. Dopotutto è questo uno degli aspetti più affascinanti di quel processo che chiamiamo “imparare”.

Spiegare non ostacolare

Ultimamente sono stata un po’scostante con l’aggiornamento del blog: tanti impegni lavorativi e la contingente fioritura dei cipressi (alias allergia a go go) mi hanno distolto dalla mia costante attenzione al web.
Bando alle ciance. Sabato scorso sono stata alla presentazione della mostra personale di un’artista emergente: Beatrice Di Stefano. L’ambiente era un po’ forzato per me nel senso che quella non è la gente che normalmente frequento, ma è bello mettersi alla prova con situazioni estreme.
Interessanti le opere, estremamente moderne (arte contemporanea per interdeci); in più ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti comunicativi e di respiro più ampio.
Certo Caravaggio sarebbe inorridito sapendo che quei “mostriciattoli” vorrebbero rientrare nella definizione di Arte (lo scrivo non a caso con la lettera maiuscola), ma la modernità comporta anche questo.
Il web ha fatto la rivoluzione. Grafica e pixel aspirano a diventare protagonisti nei musei, nelle mostre, nell’arte in generale. Ormai non si accontentano più del ruolo di “principe consorte” e gli amanti dell’arte figurativa, delle tele, degli affreschi devono farsene una ragione.
Personalmente mi incuriosiscono le nuove forme di arte anche se ho bisogno di tempo per metabolizzare e per far “decantare” l’impressione, quello che non accetto di tanti “artisti” è la superbia.
L’arte non deve essere data per scontata.
La vera Arte va spiegata, o meglio chi guarda deve avere gli strumenti per capire e se non fanno parte del suo bagaglio culturale gli vanno dati. Solo a quel punto, potrà decidere se apprezzare un artista e un’opera o no.
Chi pensa di guadagnare l’alloro e di ricoprirsi di gloria semplicemente creando un alone di indefinibile misticismo attorno alle sue opere non farà tanta strada. Almeno con me.
Sono una ferma oppositrice dell’attuale trend che – sulla scia di un finto minimalismo – vuole mascherare una realtà fatta di pochezza con un velo di intellettualismo nevrotico e considera inutili didascalie, cataloghi, spiegazioni.
Non voglio tirare acqua al mio mulino, ma sono convinta che così come ci sono momenti in cui le immagini parlano da sole, ci sono tanti altri momenti – a dire il vero la maggior parte – in cui la parola è l’unica chiave per entrare nel mondo dell’artista.
Questo non lo dico solo io, così la pensava anche Il genio di Magritte che infatti usava tantissimo le parole nelle sue opere.
Una cosa è bella quando hai la possibilità di poter vedere anche quello che non si vede. E nell’arte contemporanea questo è tutto, se consideriamo che spesso non si capisce neanche da che verso devo guardare “l’opera”.
Forse molti non se ne ricordano più, ma a fare la fortuna di un artista è anche il popolo profano e non solo il sacro intellettuale.